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Se io fossi un poeta
galante, canterei
agli occhi vostri un canto così puro
come sul marmo bianco l’acqua chiara.

E in una strofa d’acqua
tutto il canto direbbe:

“So già che non rispondono ai miei occhi,
che vedono e guardando nulla chiedono,
i vostri chiari; hanno i vostri occhi
la calma buona luce,
luce del mondo in fiore, che un mattino
ho visto dalle braccia di mia madre”.

ANTONIO MACHADO (SIVIGLIA 1875-COLLIOURE 1939).

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PAZZA.

Oggi è stata una giornata pazza. Sono proprio una ragazza! Mi sono sentita sola, ma anche amata. Ho saltato in un’aiola. MI sarei anche abbracciata! AH AH AH.

Poi ho visto una bambina che mi ha detto:” Buon giorno, signorina!”. IL suo viso era tondo, il suo sguardo era un affondo, aveva gli occhi come il mare. Sembrava amare nella sua innocenza …

Ma poi …  verrà l’adolescenza?

Tanto giovane e tanto puttana»:
ciài la nomina e forse non è
colpa tua – è la maglia di lana
nera e stretta che sparla di te.

E la bocca ride agra:
ma come ti morde il cuore
sa chi t’ha vista magra
farti le trecce per fare l’amore.

GIOVANNI GIUDICI (Le Grazie, 26 giugno 1924 – La Spezia, 24 maggio 2011)  – TANTO GIOVANE E TANTO PUTTANA.

Oh me, oh vita !

Domande come queste mi perseguitano,

infiniti cortei d’infedeli,

città gremite di stolti,

che vi è di nuovo in tutto questo,

oh me, oh vita !

Risposta:

Che tu sei qui,

che la vita esiste e l’identità,

Che il potente spettacolo continui,

e che tu puoi contribuire con un verso.

WALT WHITMAN (1819-1892).

L’alba vinceva l’ora mattutina
che fuggia innanzi, sì che di lontano
conobbi il tremolar de la marina.
Noi andavam per lo solingo piano
com’om che torna a la perduta strada,
che ‘nfino ad essa li pare ire in vano.

DANTE ALIGHIERI, PURGATORIO, CANTO I, VV. 115-120.

P.S: ecco la mia vita in sei versi.

Chi avrebbe mai pensato, allora,
di doverla incontrare
un’alba (così sola
e debole, e senza
l’appoggio di una parola)
seduta in quella stazione,
la mano sul tavolino
freddo, ad aspettare
l’ultima coincidenza
per l’ultima stazione?

Posato il fagottino
in terra, con una cocca
del fazzoletto (di nebbia
e di vapori è piena
la sala, e vi si sfanno
i treni che vengono e vanno
senza fermarsi) asciuga
di soppiatto – in fretta
come fa la servetta
scacciata, che del servizio
nuovo ignora il padrone
e il vizio – la sola
lacrima che le sgorga
calda, e le brucia la gola.

Davanti al cappuccino
che si raffredda, Annina
di nuovo senza anello, pensa
di scrivere al suo bambino
almeno una cartolina:
“Caro, son qui: ti scrivo
per dirti …” Ma invano tenta
di ricordare: non sa
nemmeno lei, non rammenta
se è morto o se ancora è vivo,
e si confonde (la testa
le gira vuota) e intanto,
mentre le cresce il pianto
in petto, cerca
confusa nella borsetta
la matita, scordata
(s’accorge con una stretta
al cuore) con le chiavi di casa.

Vorrebbe anche al suo marito
scrivere due righe, in fretta.
Dirgli, come faceva
quando in giorni più netti
andava a Colle Salvetti,
“Attilio caro, ho lasciato
il caffè sul gas e il burro
nella credenza: compra
solo un pò di spaghetti,
e vedi di non lavorare
troppo (non ti stancare
come al solito) e fuma
un poco meno, senza,
ti prego, approfittare
ancora della mia partenza,
chiudendo il contatore,
se esci, anche per poche ore.”

Ma poi s’accorge che al dito
non ha più anello, e il cervello
di nuovo le si confonde
smarrito; e mentre
cerca invano di bere
freddo ormai il cappuccino
(la mano le trema: non riesce,
con tanta gente che esce
ed entra, ad alzare il bicchiere)
ritorna col suo pensiero
(guardando il cameriere
che intanto sparecchia, serio,
lasciando sul tavolino
il resto) al suo bambino.

Almeno le venisse in mente
che quel bambino è sparito!
E’ cresciuto, ha tradito,
fugge ora rincorso
pel mondo dall’errore
e dal peccato, e morso
dal cane del suo rimorso
inutile, solo
è rimasto a nutrire,
smilzo come un usignolo,
la sua magra famiglia
(il maschio, Rina, la figlia)
con colpe da non finire.

Ma lei, anche se le si strappa
il cuore, come può ricordare,
con tutti quei cacciatori
intorno, tutta quella grappa,
i cani che a muso chino
fiutano il suo fagottino
misero, e poi da un angolo
scodinzolano e la stanno a guardare
con occhi che subito piangono?

Nemmeno sa distinguere bene,
ormai tra marito e figliolo.
Vorrebbe piangere, cerca
sul marmo il tovagliolo
già tolto, e in terra
(vagamente la guerra
le torna in mente, e fischiare
a lungo nell’alba sente
un treno militare)
guarda fra tanto fumo
e tante bucce d’arancio
(fra tanto odore di rancio
e di pioggia) il solo
ed unico tesoro
che ha potuto salvare
e che (lei non può capire)
fra i piedi di tanta gente
i cani stanno a annusare.

“Signore cosa devo fare,”
quasi vorrebbe urlare,
come il giorno che il letto
pieno di lei, stretto
sentì il cuore svanire
in un così lungo morire.

Guarda l’orologio: è fermo.
Vorrebbe domandare
al capotreno. Vorrebbe
sapere se deve aspettare
ancora molto. Ma come,
come può, lei, sentire,
mentre le resta in gola
(c’è un fumo) la parola,
ch’è proprio negli occhi dei cani
la nebbia del suo domani?

AD PORTAM INFERI – GIORGIO CAPRONI.

🙂 Ciao. Visto che oggi è il mio compleanno, ho deciso di mettervi qui una delle mie poesie preferite di tutti i tempi.

Proviene dal libro di poesie IL SEME DEL PIANGERE (1959). Qui il poeta, nella sezione Versi Livornesi, ci racconta tutta la vita della sua mamma, Anna Picchi, nata a Livorno e cresciuta in questa città.

La cosa che mi ha sempre colpito è il fatto che, nonostante Caproni abbia iniziato a scriverle sapendo della malattia di sua madre, ecco, nonostante questo, non c’è tono funebre o tragico. Ma, anzi, il tono è lieve, come la carezza della brezza marina in un giorno gentile.

In questa poesia Caproni ci racconta ” l’ultimo viaggio” di Annina ed è inutile dire che mi commuove come il poeta descrive la mamma, avvolta nella nebbia di un “clima” dantesco, tra i rumori di una stazione, mentre aspetta il suo incerto ma anche ineluttabile destino ed intanto indugia ancora sui grandi amori della sua vita, figlio e marito; e ormai il ricordo si sta velando e  ha le lacrime agli occhi…

è un capolavoro. E basta!

COMPLEANNO!?

Siiii!!!
Oggi è il mio compleanno!!!
Un quarto di secolo…
mmm
buuuu 😦
🙂

Adesso che placata è la lussuria
sono rimasto con i sensi vuoti,
neppur desideroso di morire.
Ignoro se ci sia nel mondo ancora
chi pensi a me e se mio padre viva.
Evito di pensarci solamente.
Chè ogni pensiero di dolore adesso
mi sembrerebbe suscitato ad arte.
Sento d’esser passato oltre qual limite
nel qual si è tanto umani per soffrire,
e che quel bene non m’è più dovuto,
perché soffrire la colpa è un bene.

Mi lascio accarezzare dalla brezza,
illuminare dai fanali, spingere
dalla gente che passa, incurioso
come nave senz’ancora né vela
che abbandona la sua carcassa all’onda.
Ed aspetto così, senza pensiero
e senza desiderio, che di nuovo
per la vicenda eterna delle cose
la volontà di vivere ritorni.

CAMILLO SBARBARO – ADESSO CHE PLACATA è LA LUSSURIA.

Raccolta / Canzoniere: PIANISSIMO (1914)

L’INCENDIARIO

A F. T. Marinetti

anima della nostra fiamma.

 

In mezzo alla piazza centrale

del paese,

è stata posta la gabbia di ferro

con l’incendiario.

Vi rimarrà tre giorni

perchè tutti lo possano vedere.

Tutti si aggirano torno torno

all’enorme gabbione,

durante tutto il giorno,

centinaia di persone.

‒ Guarda un pochino dove l’anno messo!

‒ Sembra un pappagallo carbonaio.

‒ Dove lo dovevano mettere?

‒ In prigione addirittura.

‒ Gli sta bene di far questa bella figura!

‒ Perchè non gli avete preparato

un appartamento di lusso,

così bruciava anche quello!

‒ Ma nemmeno tenerlo in questa gabbia!

‒ Lo faranno morire dalla rabbia!

‒ Morire! È uno che se la piglia!

‒ È più tranquillo di noi!

‒ Io dico che ci si diverte.

‒ Ma la sua famiglia?

‒ Chi sa da che parte di mondo è venuto!

‒ Questa robaccia non à mica famiglia!

‒ Sicuro, è roba allo sbaraglio!

‒ Se venisse dall’ inferno?

‒ Povero diavolaccio!

‒ Avreste anche compassione?

Se v’avesse bruciata la casa

non direste così.

‒ La vostra l’à bruciata?

‒ Se non l’à bruciata

poco c’è corso.

À bruciato mezzo mondo

questo birbaccione!

‒ Almeno, vigliacchi, non gli sputate addosso,

infine è una creatura!

‒ Ma come se ne sta tranquillo!

‒ Non à mica paura!

‒ Io morirei dalla vergogna!

‒ Star lì in mezzo alla berlina!

‒ Per tre giorni!

‒ Che gogna!

‒ Dio mio che faccia bieca!

‒ Che guardatura da brigante!

‒ Se non ci fosse la gabbia

io non ci starei!

‒ Se a un tratto si vedesse scappare?

‒ Ma come deve fare?

‒ Sarà forte quella gabbia?

‒ Non avesse da fuggire!

‒ Dai vani dei ferri non potrà passare?

Questi birbanti si sanno ripiegare

in tutte le maniere!

‒ Che bel colpo oggi la polizia!

‒ Se non facevan presto a accaparrarlo,

ci mandava tutti in fumo!

‒ Si meriterebbe altro che berlina!

‒ Quando l’ànno interrogato,

à risposto ridendo

che brucia per divertimento.

‒ Dio mio che sfacciato!

‒ Ma che sorta di gente!

‒ Io lo farei volentieri a pezzetti.

‒ Buttatelo nel fosso!

‒ Io gli voglio sputare

un’altra volta addosso!

‒ Se bruciassero un pò lui

perchè ridesse meglio!

‒ Sarebbe la fine che si merita!

‒ Quando sarà in prigione scapperà,

è talmente pieno di scaltrezza!

‒ Peggio d’una faina!

‒ Non vedete che occhi che à?

‒ Perchè non lo buttano in un pozzo?

‒ Nel cisternone del comune!

‒ E ci sono di quelli

che avrebbero pietà!

‒ Bisogna esser roba poco pulita

per aver compassione

di questa sorta di persone!

Largo! Largo! Largo!

Ciarpame! Piccoli esseri

dall’esalazione di lezzo,

fetido bestiame!

Ringoiatevi tutti

il vostro sconcio pettegolezzo,

e che vi strozzi nella gola!

Largo! Sono il poeta!

Io vengo di lontano,

il mondo ò traversato,

per venire a trovare

la mia creatura da cantare!

Inginocchiatevi marmaglia!

Uomini che avete orrore del fuoco,

poveri esseri di paglia!

Inginocchiatevi tutti!

Io sono il sacerdote,

questa gabbia è l’altare,

quell’uomo è il Signore!

Il Signore tu sei,

al quale rivolgo,

con tutta la devozione

del mio cuore,

la più soave orazione.

A te, soave creatura,

giungo ansante, affannato,

ò traversato rupi di spine,

ò scavalcato alte mura!

Io ti libererò!

Fermi tutti, v’ò detto!

Tenete la testa bassa,

picchiatevi forte nel petto,

è il confiteor questo,

della mia messa!

T’ànno coperto d’insulti

e di sputacchi,

quello sciame insidioso

di piccoli vigliacchi.

Ed è naturale che da loro

tu ti sia fatto allacciare:

quegl’ insetti immondi e poltroni,

sono lividi di malefica astuzia,

circola per le loro vene

il sangue verde velenoso.

E tu grande anima

non potevi pensare

al piccolo pozzo che t’avevan preparato,

ci dovevi cascare.

Io ti son venuto a liberare!

Fermi tutti!

Ti guardo dentro gli occhi

per sentirmi riscaldare.

Rannicchiato sotto il tuo mantello

tu sei senza parole,

come la fiamma: colore, e calore!

E quel mantello nero

te l’àn gettato addosso

gli stolidi uomini vero,

perchè non si veda che sei tutto rosso?

Oppure te lo sei gettato da te,

per ricuoprire un poco

l’anima tua di fuoco?

Che guardi all’orizzonte?

Se s’alza una favilla?

Dimmi, non sei riuscito a trafugare

l’ultimo zolfino?

Ti si legge negli occhi!

Ma ti saltan dagli occhi le faville,

a cento, a cento, a mille!

Tu puoi cogli occhi

bruciare tutto il mondo!

T’à creato il sole,

che bruci al sol guardarti?

Quando tu bruci

tu non sei più l’uomo,

il Dio tu sei!

Mi sento correr per le vene un brivido.

Ti vorrei vedere quando abbruci,

quando guardi le tue fiamme;

tutte quelle bocche,

tutte quelle labbra,

tutte quelle lingue,

non vengono a baciarti tutte?

Non sono le tue spose

voluttuose?

Bello, bello, bello e Santo!

Santo! Santo!

Santo quando pensi di bruciare.

Santo quando abbruci,

Santo quando le guardi

le tue fiamme sante!

E voi, rimasti pietrificati dall’orrore,

pregate, pregate a bassa voce,

orazioni segrete.

Anch’io sai, sono un incendiario,

un povero incendiario che non può bruciare,

e sono come te in prigione.

Sono un poeta che ti rende omaggio,

da povero incendiario mancato,

incendiario da poesia.

Ogni verso che scrivo è un incendio.

Oh! Tu vedessi quando scrivo!

Mi par di vederle le fiamme,

e sento le vampe, bollenti

carezze al mio viso.

Incendio non vero

è quello ch’io scrivo,

non vero seppure è per dolo.

Àn tutte le cose la polizia,

anche la poesia.

Là sopra il mio banco ove nacque,

il mio libro, come per benedizione

io brucio il primo esemplare,

e guardo avido quella fiamma,

e godo, e mi ravvivo,

e sento salirmi il calore alla testa

come se bruciasse il mio cervello.

Come mi sento vile innanzi a te!

Come mi sento meschino!

Vorrei scrivere soltanto per bruciare!

Nel segreto delle mie stanze

passeggio vestito di rosso,

e mi guardo in un vecchio specchio,

pieno di ebbrezza,

come fossi una fiamma,

una povera fiamma che aspetta….

il tuo riflesso!

Fuori vado vestito di grigio,

ovvero di nessun colore,

c’è anche per le vesti una polizia,

come per le parole.

E quella per il fuoco

è tremenda, accanita,

gli uomini ànno orrore delle fiamme,

gli uomini seri,

per questo anno inventato i pompieri.

Tu mi guardi, senza parlare,

tu non parli,

e i tuoi occhi mi dicono:

uomo, poco farai tu che ciarli.

Ma fido in te!

T’apro la gabbia vài

Guardali, guardali, come fuggono!

Sono forsennati dall’orrore,

la paura gli à tutti impazzati.

Potete andare, fuggite, fuggite,

egli vi raggiungerà!

E una di queste mattine,

uscendo dalla mia casa,

fra le consuete catapecchie,

non vedrò più le vecchie

reliquie tarlite,

così gelosamente custodite

da tanto tempo!

Non le vedrò più!

Avrò un urlo di gioia!

Ci sei passato tu!

E dopo mi sentirò lambire le vesti,

le fiamme arderanno

sotto la mia casa….

griderò, esulterò,

m’avrai data la vita!

Io sono una fiamma che aspetta!

Va, passa fratello, corri, a riscaldare

la gelida carcassa

di questo vecchio mondo!

A. Palazzeschi, L’incendiario, Edizioni futuriste di «Poesia», Milano 1910.

Stamattina sto studiando le poesie avanguardistiche di Palazzeschi.

Da giovane, questo geniale artista prese parte al movimento di avanguardia del Futurismo, per intenderci quello di Filippo Tommaso Marinetti, per poi lasciarlo quando si rese conto delle derive fasciste cui stava andando incontro.

Il Futurismo, presto, divenne strumento del regime fascista. Palazzeschi, no.

Palazzeschi era un animo libero, geniale, incontrollabile, potente. E, tuttavia era anche gentile.

Una figura che mi affascina molto.

Dietro i suoi modi di fare giovanili, clowneschi, si celava la grande scoperta del poeta contemporaneo: la società non ha più un posto per lui.  Così si  “pittura la faccia” e gioca, andando a finire nel sogno e ben oltre. Per difendersi, si rifugia in un’altra realtà.

Bosco Cappuccio
ha un declivio
di velluto verde
come una dolce
poltrona

Appisolarmi là
solo
in un caffè remoto
con una luce fievole
come questa
di questa luna.

Quota Centoquarantuno l’1 agosto 1916.