Archives for category: Pensieri.

Ieri ho passato una giornata davvero brutta, ricolma di stanchezza, zero concentrazione e gran sonno. Poi mi sono dovuta richiappare, dovendo andare a sostituire una mia compagna di fede allo studio dei principi, rivolto soprattutto a chi da poco è buddista e ai curiosi. Ho saputo di quella sostituzione solo un’ora prima, ma ho comunque fatto il possibile per prepararmi al meglio, affinché poi potessi esporre in modo chiaro. Alla fine, sono tornata a casa più stanca che mai e desiderosa solamente di piombare nel letto.
In realtà, non so perché vi sto raccontando queste cose, volevo dirvi altro.

Ieri pomeriggio, ero molto triste e abbattuta, pensando a molte persone perse per strada e ad alcune che sto perdendo in questi giorni. Pensavo anche alla mia fatica di reggere tutti gli stress che mi stanno cadendo addosso. Pensavo a come io abbia sempre perso amici, invischiatisi in brutte compagnie. Ho perso la persona a me più cara per questo motivo. Soffro, a volte, pensando a come le persone spesso preferiscano avere altri amici rispetto a me e mi smollino magari per persone del tutto opposte a quello che sono io. Pensavo di essere pesante, insopportabile, lagnosa, sempre malinconica, certamente poco piacevole, con cui nessuno desidererebbe passare del tempo. Stavo rischiando di affogare nei brutti pensieri, quando ho deciso che forse sarebbe stato meglio leggere qualcosa del mio maestro, Ikeda. Quando sono giù di morale, prendo un suo libro e lo apro a caso; in genere, trovo sempre un brano che c’entra in modo pregnante coi miei pensieri, mi sento incoraggiata e sto meglio. Così è accaduto anche questa volta, riguardo ai brutti pensieri sulla cattive compagnie:
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Daimoku è recitare Nam Myoho Renge Kyo, pratica principale del Buddismo di Nichiren Daishonin.

Fare Daimoku mi permette di trasformare il veleno in medicina, far sì che le mie sofferenze si trasformino in occasioni di crescita e fa alzare lo stato vitale, dandomi energia.

Quando sto male, dovrei farlo subito, con prontezza, invece ho come un blocco, così vado a fondo, sempre di più, fino a toccare l’oscurità con la mente e con il corpo.

In questi giorni ho sofferto come un cane, sono stata proprio tanto male. Poi stamattina ho deciso di andare davanti a Gohonzon per recitare. Non dico che, improvvisamente, io mi sia sentita benissimo, il Daimoku non è una bacchetta magica, però ho trovato la forza di strappare il foglio coi miei vecchi obiettivi e scriverne di nuovi, escludendo lui (e altre cose ormai inutili) da questi ultimi. Questa volta è davvero finita. Questo è davvero un nuovo inizio.

Ricomincio da me

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Sul mio comodino c’è una lampada, ci sono dei libri, c’è il primo orsetto di peluche, quello che babbo ha regalato alla mamma quando sono nata io. E poi ci sono libri. Libri usati come piedistalli, libri usati come libri, libri come compagni di vita, amici o nemici. C’è un concetto per il Buddismo che parla di buoni amici e cattivi amici, i primi sono le persone che ci vogliono bene e i compagni di fede, persone sincere che spesso ti portano davanti al Gohonzon anche quando non vorresti, anche quando la mente ti porta a fare gli errori più grandi. I secondi sono quelli che si fingono amici solo per tornaconto, quelli che ti fanno appositamente imboccare una cattiva strada per i propri scopi, i falsi e coloro che vorrebbero allontanarci dal Gohonzon. Stavo pensando quanto questi ultimi, in realtà, siano i miei migliori amici. Questi individui che, facendomi del male, mi hanno permesso di fare daimoku per la loro felicità, di mettere una controtendenza migliore rispetto a quello che avrei voluto fare io immediatamente, cioè mandarli a fanculo o peggio. E poi i risultati si sono visti.
Oppure, la mia sofferenza, trasformata da veleno in medicina, dal momento che recito daimoku per trasformarla e far sì che sia anche un momento di crescita.
Nichiren diceva: ” Soffri quando c’è da soffrire, gioisci quando c’è da gioire”. Certo, l’importante è non stare lì a macerarsi e macerarsi nel dolore, come spesso faccio, ma trovare sempre un appiglio per rialzarsi. Io ci arrivo, in ritardo, ma ci arrivo.
Ho messo come obiettivi delle mie preghiere quotidiane: 1) sentire la dignità profonda della mia vita 2) che anche la persona che mi sta facendo soffrire senta la sua Buddità,  prima o poi.

I miei primi orecchini fatti da me 🙂

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Ho trovato il libro che volevo ri-leggere da tanto tempo 🙂

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Mi è arrivato il mio giornale preferito!!! Adesso lo spacchetto, subito!!! ❤

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E, in più, la compagnia delle mie amiche/compagne di fede. Un altro ❤ ci sta tutto!

 

P.S: scusate l’assenza, presto tornerò a leggervi tutti!!!

Dedicato a tutti quelli che non amano, a quelli che amano troppo. A quelli che si distruggono, a quelli che si costruiscono. Dedicato a chi getta la spugna e a chi fa la spugna. A chi vuol pulire e a chi si pulisce. Dedicato a chi lucida il suo specchio e a chi pulisce gli specchi degli altri. A chi attacca bigliettini incoraggianti ai tergicristalli e a chi sorride ad uno sconosciuto. Dedicato agli incoscienti buoni e a chi rischia la sua vita perché non si vuol bene. A chi noi crediamo irrecuperabile e poi ci stupisce improvvisamente, a chi diamo per scontato. Dedicato al lavoratore in un ufficio e a quello aggrappato a un’impalcatura. A quelle persone indifferenti che non tendono la mano e a chi sta in prima linea. Dedicato a te, soprattutto, che ti struggi e distruggi per i sensi di colpa, e non dovresti. Dedicato a chi chiede scusa, a chi dona abbracci e gesti disinteressati.

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Scrivere mi fa stare bene. Scrivere sono io. Non posso rinunciare. Non starei bene senza. Scrivere è la mia essenza. Scrivere è notte buia, oscurità in me. Scrivere è fede: certezza che luce c’è.

Scrivere è sapere che ci sono i dieci mondi e posso attraversarli tutti, senza cessare di essere perfettamente dotata. Scrivere è Nam Myoho Renge Kyo.

Scrivere male, parole sbagliate. Non lo so fare. Ma non posso abbandonare, non posso lasciare. Non lasciatemi annegare, parole. Lasciatemi tornare.

Parole come “àncora”.
Parole come “ancòra”.

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Giusto perché sono buddista, stavo andando a comprare la nuova edizione del Sutra del Loto in libreria. Sul sito Esperia c’è scritto così:

Sin dalla sua apparizione in Cina nel III secolo a.C. il Sutra del Loto è stato considerato una delle più importanti scritture del Buddismo Mahayana. Ricco di splendide immagini letterarie e di celebri parabole, rivela che la suprema illuminazione è inerente e accessibile a tutti gli esseri viventi. Per la prima volta viene pubblicata in italiano la versione tradizionalmente conosciuta come “Triplice Sutra del Loto”. Apre il volume il Sutra degli innumerevoli significati, considerato il prologo e articolato in tre capitoli; seguono il Sutra del Loto e il Sutra di Virtù Universale, che ne è l’epilogo.  L’edizione italiana si basa sulla traduzione inglese curata da Burton Watson, professore di Lingue e Culture Asiatiche alla Columbia University, uno dei massimi esperti di lingue orientali antiche, in particolare cinese e giapponese.

Ci tenevo ad avere quest’edizione, perché il Sutra del Loto è il libro su cui si fonda il mio tipo di Buddismo, il Buddismo di Nichiren Daishonin, praticato dalla associazione laica per la creazione di valore Soka Gakkai Internazionale. L’ho già letto molte volte, ma ci tenevo a leggerlo così: la copertina è bellissima, uno spettacolo per la vista e il contenuto è superbo in questa traduzione perfetta. Alla lettura, sembra più che altro una rappresentazione teatrale, dato che ci sono molti personaggi, ambientazioni magiche, parabole, incantamenti, meraviglie, gemme preziose, esseri divini, mostri ed, infine, i Bodisattva della Terra, cioè noi uomini comuni incaricati di propagare questo insegnamento finale, narrato qui da Shakyamuni, il Budda Originale.

I sutra sono gli insegnamenti orali che Shakyamuni, V secolo A.C, lasciò ai suoi discepoli e che questi, nei secoli successivi, trascrissero. Per la mia corrente, questo sutra è quello che racchiude l’insegnamento ultimo del Budda. Commentato quasi subito da innumerevoli saggi e monaci, fu Nichiren Daishonin (1222/1277) a capirne la vera portata rivoluzionaria e, sfidando i regnanti giapponesi che praticavano altre correnti, subendo attentati e persecuzioni, lottò tutta la vita per propagare ciò che aveva capito con lo studio, cioè che questo insegnamento ultimo può portare tutti gli uomini alla condizione del Budda, in questa vita, qui e ora, nel nostro corpo presente, anche se siamo donne e se nella nostra vita abbiamo compiuto azioni malvagie. Per molti altri sutra buddisti, una donna può diventare illuminata come Budda solamente rinascendo uomo, dopo eoni ed eoni di pratiche austere, dopo eoni ed eoni di rinascite e morti, per l’eternità. Nel sutra del Loto, c’è Ryunyo, la figlia del re dei Naga, cioè del Re dei Draghi, che diventa un Budda, solamente donando con cuore puro la sua gemma più preziosa a Shakyamuni, nonostante sia una femmina e un mostro. E poi c’è Devadatta, monaco malvagio che tenta di uccidere Shakyamuni, ma raggiunge l’illuminazione lo stesso, perché in una vita precedente fu colui che insegnò al Budda, allora nel corpo di un re, il Sutra del Loto. Queste due parabole vengono narrate nel XII capitolo e contengono la portata più rivoluzionaria di questa corrente Buddista. Invece, la frase sulla copertina non è altro che il voto del Budda, il suo più grande desiderio, quello che tutti gli esseri viventi possano diventare sereni come lui:

Questo è il mio pensiero costante: Come posso far sì che tutti gli esseri viventi accedano alla Via Suprema e acquisiscano rapidamente il corpo di Budda?.

A tale scopo, il monaco Nichiren istituì la recitazione di Nam Myoho Renge Kyo, che non è altro che il titolo del Sutra del Loto, e dipinse l’oggetto di culto “per l’osservazione della mente” su una pergamena, IL GOHONZON, che poi rappresenta la nostra vita e reca quella frase impressa in caratteri giapponesi al centro, dunque non rappresenta una divinità, anche perché nella mia corrente Shakyamuni è solamente un uomo davvero molto saggio, che vuole propagare la sua condizione a tutti noi. Ecco perché possiamo raggiungere la Buddità così come siamo.

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Dette queste cose, ci terrei a raccontare come, nel breve tragitto da casa mia alla libreria, la mia vita sia stata messa a rischio più volte da più di una persona spericolata alla guida.

Tenendo conto che stavo percorrendo una via abbastanza corta e stretta, ai cui lati sono posizionate nell’ordine  materne, elementari, un asilo nido, una biblioteca, giardinetti publici ricolmi di bambini, prima mi fermo per far attraversare delle mamme coi passeggini e vengo superata per ben due volte, dico due volte da ferma, da due macchina diverse, che hanno impedito il passaggio alle mamme, non avendole probabilmente nemmeno viste o “considerate”, poi vengo superata nuovamente, mentre stavo mantenendo il limite di velocità, anche vista la zona “delicata” dove mi stavo trovando. Dopo, un uomo è passato dritto e davvero veloce, non fermandosi allo stop, senza nemmeno rallentare, oltretutto guardando con aria di sfida quello davanti a me, che ha inchiodato e per un pelo non gli stavo per finire addosso.

Per ultima cosa, appena uscita dalla libreria, un uomo maturo in moto non si è fermato mentre stavo attrevaersando sulle strisce pedonali e mi ha praticamente schivata a un millimetro dai miei piedi. E per ultimissima, scena agghiacciante, l’autobus un po’ più avanti a me si ferma per far scendere i passeggeri,  il tizio in macchina dietro all’autobus inizia il sopasso, se non che  quasi travolge il ragazzo che, sceso, stava per attraversare anche’ egli sulle strisce, semi-nascosto sempre dal mezzo.

MI CHIEDO DAVVERO PERCHÉ A ‘STO MONDO CI SIANO PERSONE a tal punto INCIVILI E IMBECILLI da permettersi DI GIOCARE CON LA MIA VITA E QUELLA DI ALTRE PERSONE IGNARE!!! PERCHÉ!?!?

*elena è molto arrabbiata*

Rebeca aspettava l’amore alle quattro del pomeriggio ricamando vicino alla finestra. Sapeva che la mula della posta arrivava soltanto ogni quindici giorni, ma lei l’aspettava sempre, convinta che sarebbe arrivata un giorno qualunque per sbaglio. Successe tutto il contrario: una volta la mula non arrivò alla data prevista. Pazza di disperazione, Rebeca si alzò a mezzanotte e mangiò manciate di terra nel giardino, con un’avidità suicida, piangendo di dolore e di furia, masticando lombrichi teneri e scheggiandosi i denti su gusci di lumache. Vomitò fino all’alba. Si sprofondò in uno stato di prostrazione febbrile, perse la conoscenza, e il suo cuore si aprì in un delirio senza pudore. Ursula, scandalizzata, forzò la serratura del baule, e trovò in fondo, legate con nastri color rosa, le sedici lettere profumate e gli scheletri di foglie e di petali conservati in libri antichi e le farfalle disseccate che al toccarle si ridussero in polvere.
Gabriel Garcia Marquez – Cent’anni di solitudine.

Edifici a cui crollano le fondamenta. Fondamenta di sabbia e fango. Edifici costruiti al risparmio, che poi un bel giorno vengono giù e si portano dietro macerie e cumuli di disperazione. Spiagge in inverno lasciate a marcire, tronchi e rifiuti alla deriva, che poi ci si ricorda solo verso maggio di curarle e che ci sono anche loro. Parchi giochi per bambini ricoperti di piante rampicanti, arbusti e erba alta avviluppati agli occhi altrui in una rovina verde. Ecco. Certezze abbattute, cose/persone/oggetti cambiati e sovvertiti. Una me stessa aggrovigliata, che raramente offre spazi alla luce. E poi ci si mettono pure gli altri a darmi le bastonate. Perché gli altri muoiono e io non vorrei. Soprattutto quelle persone che sono le mie fondamenta. Mario Lodi, Jacques Le Goff e ora Garcia Marquez. Le fondamenta mie, le radici mie sono i libri e coloro che hanno scritti questi libri. Ho imparato a leggere da piccinissima. IL mio primo libro per bambini è stato Cipì, un vero libro. I miei capirono che sapevo leggere e mi presero Cipì. Poi divorai tutta la collana del Battello a Vapore. Immaginatevi un piuccolo mostro voracissimo che si mangia tutti quei libri per l’infanzia. Arrivata al termine, volevo di più. Andai in libreria e decisi di prendere un libro per grandi. Mi colpii per il nome esotico dello scrittore e anche per quel titolo: Cent’anni di solitudine. In fondo, anche se ancora non avevo ancora capito molto bene il mio stato, la solitudine è qualcosa che mi accompagna da sempre e forse, dentro, già l’ avevo avvertito.  Mentre il commesso cercava di protestare, dicendo che il libro non era adatto e, mentre i miei poveri genitori cercavano pure loro di dissuadermi, io ormai avevo deciso. Volevo proprio quel libro. Solo quello. E non solo perché nella copertina c’era una foresta. Alla fine tutti dovettero cedere e andai a casa, felice e contenta, pronta alla lettura. E, così, entrai in quel mondo magico, affascinante, avviluppante e sensuale, pieno di nomi tutti uguali, donne-sentimenti, uomini-uomini, e tante cose gigantesche per una bambina. Paesaggi lontani e atmosfere mitiche.
Ultimamente,  non ricordo bene dove e quando, sono incappata in una foto di Marquez. Il mio primo pensiero, istintivo, è stato questo: “È malato e non gli resta più molto”. Che fosse malato, probabilmente era cosa nota, ma io non lo sapevo. Ricordavo le foto di lui più giovane, paffuto, con quell’aria tipica di colombiano sornione e scuro. Quel giorno ero abbastanza allegra e quella foto mi ha fatto lo sgambetto. Mi ha teso un tranello. Mi ha portato la cupezza, così che, a casa, ho detto a mia madre questo sentimento. …Poi sono andata nel mio quaderno e ho scritto questa poesia di Auden, presa nel turbinio di malinconia.
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Black Label Society – In This River: http://youtu.be/c37MleFUMLM

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Come avevo scritto di recente, ho tenuto a battesimo molti miei piccoli parenti.
E so che non è bello da dire, ma ho una preferita! Questa piccola e tenera bambina è un delizioso tormento.
È la figlia di uno dei miei cugini, non che per me i legami di sangue siano importanti più che quelli che si creano con l’affetto, ma tant’è!  È più per chiarezza che altro che specifico.
Io e lui non ci somigliamo di aspetto, anche perché lui ha il nasone ed io no, in primis. Poi lui é alto e io no. Comunque è il figlio del mio zio preferito, quello che non c’è più. Anche se non si somigliano, detto tra noi, né d’aspetto, né per carattere.
Comunque ha fatto questa figlia che, per ironia della sorte, non somiglia a nessuno di loro, ma a me. Si, guardare lei è come vedere me da piccina. Stesso naso, stessa bocca, stesse espressioni, identico tondo faccino, stesso taglio di occhi, solo il colore di questi grandi fari sono diversi, io neri, lei verde sottobosco. Da neonata, non aveva il solito blu galattico degli altri bambini, ma un grigio scuro, una sorta di tristezza già impressa dentro di lei. Proprio per questo, forse si è subito attaccata a me, un altro di quegli esseri incomprensibili che mi trovo accanto.
È una bambina misteriosa, ride, piange e osserva. Già da minuscola, spalancava i suoi grandi occhioni nella culla e osservava con profonda intensità. Adesso si inginocchia davanti ai fiori e li ammira muta. Così come ha uno splendido rapporto con cani e gatti, sempre come me. Noi siamo cresciute con loro, protette da grossi e piccoli animali. I miei erano dobermann. Lo so, forse qualcuno inorridirà, ma è così.  Quando nacqui io, nasceva anche il piccolo, che poi è diventato enorme ed è cresciuto con me. Perché da noi i cani sono sempre arrivati misteriosamente, nessuno di casa li ha mai comprati. Comunque i due dobermann, madre e figlio, sono sempre stati speciali con me e quando sono mancati ho sofferto tanto.
Tornando alla bambina, ha anche un qualcosa che mi provoca profondo disagio. I miei genitori sono sempre stati severi con me, non mi hanno mai concesso nulla più del minimo indispensabile. Solo coi libri non hanno mai lesinato, per il resto tutto era superfluo. Al tempo non capivo, adesso si. Comunque, la bambina è incredibilmente viziata. Ha un’intelligenza quadrupla rispetto ai suoi compagnetti,  raggira grandi e meno grandi inducendoli a fare tutto quello che vuole. Ma non come fanno tutti, lei è proprio sottile; a volte mi fa paura. Rivedo la stessa scaltrezza che avevo io alla sua età, solo che io avevo più senso del limite, lei lo ignora. E credetemi, se vi dico che sa benissimo cosa significhi questa parola. Proprio per questo, l’ho sempre seguita personalmente, perché l’ho capita da subito. Ci sono persone che cercano di supplire le proprie mancanze colmandole in vari modi, non sempre positivi.
Sta di fatto che, pian piano, la vedo un po’ più bambina. E questo mi fa molto piacere. Stamattina mia madre è venuta da me, portandomi quel piccolo giochino: “Ha detto la bimba perché non vai più da lei e ha detto anche che puoi tenere questo, ma solo per un po’ e poi dovrai restituirglielo improrogabilmente. Testuali parole “.
Mmm.
Quando si parla di ricatti morali 😀

P.s: tra parentesi, non mi vede da molto poco, causa esame e influenza a ruota… non sono un mostro!

Perché io sono sempre stata ritenuta scomoda. Scomoda come quelle pantofole di un numero in meno che la nonna ti rifila ad ogni natale e poi si nascondono nella scarpiera. Scomoda come quelle mutande strette che vanno immancabilmente tra le chiappette e danno il tormento e si buttano via…

Io sono schietta e sincera e dico quello che penso. E non sarà perché ho un blog che smetterò di essere così. Spesso mi indigno e dico le mie opinioni. Nonostante questo le persone che ho vicino mi apprezzano lo stesso. Siamo tutti diversi. I miei migliori amici (pochissimi) e alcune tra le persone che stimo di più sono sempre stati opposti a me, caratterialmente, politicamente, in termini di religione. Nonostante questo, ci vogliamo bene e sappiamo che siamo educati e corretti gli uni con gli altri, nonostante le prese in giro o termini coloriti, che a volte possono scappare.
Io non sopporto le persone maleducate che attaccano a sproposito senza aver capito bene quello di cui parlo o le persone coi paraocchi che chiudono con quelli diversi da loro. Anche a scuola, coi professori, ho sempre detto la mia e, francamente, anche se non tutti hanno capito e mi hanno penalizzata, alla lunga ho ottenuto molti risultati continuando a essere sincera su tutto. Questo è per dire che, forse, di post come quello di ieri ce ne saranno altri e non mi importa se a leggermi rimarranno due persone. L’importante è che tutti abbiano chiaro come sono fatta io. Non intendo censurarmi per paura di non piacere, che poi è quello che ho sempre fatto, da insicura, perché volevo sempre piacere a tutti.

Inoltre, partendo dal miglioramento di me e del mio nucleo familiare, sto cercando di estendere i miei principi intorno a me. I miei principi buddisti, in primis. E ritengo che per la mia vita l’indifferenza non sia mai il giusto atteggiamento. Io non mi volto dall’altra parte. Io mi esprimo, cercando di restare entro i miei limiti.

Io sono così.
Prendere o lasciare.
Nel senso.