image

Questo brano è stato letto alla cerimonia funebre di mio cugino, tre anni e mezzo fa, in quel maggio assolato dal caldo insolito e appagante. Quando lui morì,  mi trovavo sul Lago di Garda, in vacanza. Il giorno prima di partire gli feci un bel discorsetto da mamma apprensiva e lui, nella sua bellezza da angelo decaduto, si mise a ridere. Un riso inconsciente da grande ribelle in quel corpo troppo giovane. Ricordo quei pochi giorni di vacanza come un qualcosa dalla sofferenza veramente indicibile, avevo dolori alle ossa, lancinanti, e ogni mio passo dolorante contrastava tragicamente con la bellezza celestiale di quei luoghi. Io sapevo che era lui che mi stava parlando, accadeva sempre così che io sentivo lui e lui sentiva me e, quando arrivò la chiamata, dopo la nottata insonne, sapevo già tutto. Aspettavo quel momento da diciassettenne anni.
Mio padre mi disse: “Dovevamo darti retta e tornare a casa”.

Quando il prete lesse quel brano, io non capivo già più nulla, ma in un certo qual modo sentivo la verità, e cioè che due anime come le nostre, indissolubilmente legate da chissà quante vite, si appartengono per sempre. Io lo sento, sento le sue mani che mi carazzano i capelli, sento quando c’è e quando non c’è. E sento quando tiene alla larga da me le persone negative. Sento, mentre dormo, quando si avvicina. Non mi parla ancora, ma so che, quando inizierà a farlo lui, anche tutti gli altri lo faranno.
È solo questione di tempo.

Advertisements