Archives for the month of: June, 2014

Commuovermi, trovando sull’ ultimo BUDDISMO E SOCIETÀ NR.165 un omaggio a uno dei miei miti,  MARIO LODI ❤
Parlando della scuola elementare nel dopoguerra, dove molti bambini parlavano solamente i dialetti, diceva: "C'era un problema di lingua, lo stesso che oggi affligge i figli degli immigrati. E allora lavoravo su ciò che li univa. Siamo tutti eguali nei dolori, nelle emozioni, negli affeti. E solo con l'amore si riesce a scoprire la vita dei bambini" ❤

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Questo brano è stato letto alla cerimonia funebre di mio cugino, tre anni e mezzo fa, in quel maggio assolato dal caldo insolito e appagante. Quando lui morì,  mi trovavo sul Lago di Garda, in vacanza. Il giorno prima di partire gli feci un bel discorsetto da mamma apprensiva e lui, nella sua bellezza da angelo decaduto, si mise a ridere. Un riso inconsciente da grande ribelle in quel corpo troppo giovane. Ricordo quei pochi giorni di vacanza come un qualcosa dalla sofferenza veramente indicibile, avevo dolori alle ossa, lancinanti, e ogni mio passo dolorante contrastava tragicamente con la bellezza celestiale di quei luoghi. Io sapevo che era lui che mi stava parlando, accadeva sempre così che io sentivo lui e lui sentiva me e, quando arrivò la chiamata, dopo la nottata insonne, sapevo già tutto. Aspettavo quel momento da diciassettenne anni.
Mio padre mi disse: “Dovevamo darti retta e tornare a casa”.

Quando il prete lesse quel brano, io non capivo già più nulla, ma in un certo qual modo sentivo la verità, e cioè che due anime come le nostre, indissolubilmente legate da chissà quante vite, si appartengono per sempre. Io lo sento, sento le sue mani che mi carazzano i capelli, sento quando c’è e quando non c’è. E sento quando tiene alla larga da me le persone negative. Sento, mentre dormo, quando si avvicina. Non mi parla ancora, ma so che, quando inizierà a farlo lui, anche tutti gli altri lo faranno.
È solo questione di tempo.

Oggi è il compleanno di quel grosso stronzone di mio padre. Mio padre che è pelato, non dimostra gli anni, non ha mai avuto un giorno d’ansia in vita sua. Mio padre che è un bel soggetto veramente, sarcastico e acido quanto basta per rendersi insopportabile. Mio padre che pensa solo ai numeri e ai suoi Tex. Mio padre che ascolta un sacco di musica, è sempre polemico e, quando parla, urla. Mio padre che è iroso e non dà mai diritto di replica. Mio padre che pensa sempre di aver ragione lui e che gli altri abbian sempre torto. Mio padre, ovvero un concentrato umano di difetti, che io detesto, ma che, tuttavia, possiedo in modo identico.
Alla fine io voglio molto bene a mio padre, l’essere più simile a me sulla faccia della terra e anche l’unico uomo che mi abbia mai veramente amata da quando sono nata.
Grazie babbo.

Ci sono cose che ultimamente sento il dovere di fare e dire. Ieri ho anche litigato.
Il marito della mia vicina è un grasso buzzurro ignorante, coi capelli impomatati, sempre unti e adagiati dalle sue amorevoli mani sul lato destro della testa. Ha il riporto. Penso. Presumo.
QUELLO è il tipico uomo viscido, che si crede talmente bello da ritenere che tutte le donne del vicinato possano cadergli appresso con le gambe aperte. Compresa me. E più di una volta ha fatto apprezzamenti poco raffinati, altrettante volte non ha colto la mia ironia, spicciola per giunta.
Ieri, però, l’ho visto, nel parcheggio sotto la sua casa, con la moglie, mentre andavo alla fermata. Lei aveva un colorito malsano, è anoressica, sembrava tremolante. Lui le diceva qualcosa in malo modo. Dopo tre secondi, la mano di lui si è alzata e l’ha presa in pieno, finendo in un clamoroso Sciiiiaaafff. E lei è stata ferma.
Quello che è successo dopo, potete immaginarlo, il mio scatto, il mio mettermi di mezzo fisicamente, il litigio. “E tu, troia, fatti i cazzi tuoi”.
EH NO, BRUTTO STRONZO PEZZO DI MERDA VIGLIACCO. IO ORA CHIAMO LA POLIZIA.

perché io so cosa cazzo vuol dire prenderle, e prenderle anche bene, e so cosa significa il senso di colpa di essere sbagliata, il senso di meritarselo. So cosa vuol dire girare a Luglio con le maniche lunghe e anche inventarsi un grosso e lungo e molesto campionario di stronzate per dissimulare i fatti. So cosa vuol dire un uomo che ti colpisce sempre nei punti più nascosti, “almeno non si vedono”, so cosa vuol dire pisciare sangue. So cosa vuol dire il primo pugno che arriva, dopo due anni e tre mesi, quando il tuo fidanzato non sa più come replicare durante un litigio. E so anche cosa vuol dire quando i tuoi suoceri ti dicono che sei una stronza, perché riduci in quel modo il loro povero piccolo figliolo. So anche cosa significa quando senti dire alle persone: “eh ma quella ragazza è un po strana, magari non è nemmeno tanto brava con lui… che ragazzo tenero!”. So anche un’altra cosa, dopo la prima volta ce ne sarà un’altra e poi un’altra e poi un’altra e poi ancora un’altra.
Poi un giorno ci si sveglia. Per fortuna. E quelle come me servono per aiutare le donne che ancora sono lì, a pensare di meritarselo.

aspettare. aspettare. aspettare.
Aspettare qualcuno che si dimentica, forse, e se non lo fa è comunque dimenticato. Una persona strana, che non parla e non vive. Qualcuno che sento.dentro, eppure è tanto fuori.

… e sentire con triste meraviglia …

Tutto è finito, passato, esaudito e io sono così, groviglio di stati presenti e di cose vecchie, ormai lì da non so quanto tempo.
Chi sono io? Da dove vengo? Cosa farò?  Qual è la mia missione? E il mio nome?

Vuota come un buco nero. Voragine. Pozzo. Scarpata. La mia vita sudata, scarmigliata. Non mi riconosco. Non mi vedo. Non mi sento. Non capisco cosa gli altri vedano in me. Perché scappano? Brutte sensazioni mi divorano. Solitudine. Solitudine!  Senza di lui niente mi pare aver senso. La razionalità!  Razionalità.
Ho sonno.

ieri sono uscita. sono andata con la mia amica e i cani al centro sociale di una città vicina alla mia. mi ha riportata a a casa alle otto di mattina. non avevo soldi e cellulare, diluviava. ero cosi bagnata da potermi strizzare. un tipo molesto mi ha fatto prendere una testata su un tubo e un colpo a un braccio contro uno stand di un gruppo. l’hardcore proprio non mi piace. ho trovato lorenzo da mantova e ho parlato con lui, dopo che la mia amica spariva e ricompariva. io volevo farmi i cazzi miei e anche questo lorenzo, che tra l’altro era proprio un bel tipo. due settimane fa ho conosciuto il fotografo di un altro gruppo di suonatori di banjo, stati uniti, un brasiliano simil svedese che però vive a manhattan. Entrambi biondi. entrambi alti e massicci. magari, però, conoscessi pure qualcuno che sta qui vicino sarebbe meglio, per quanto in questo periodo gli uomini DEBBANO restare lontani da me.
alla fine ho parlato con questo tipo, mi sono fatta una passeggiata, intanto era giorno e vedevo chiaramente la sua pelle bianchissima, che stonava non poco con la mia. è stato bello trovare qualcuno con cui poter scambiare parole e pensieri, anche in quel brutto parcheggio di periferia. è stato strano avere l’ennesima delusione dalla mia amica, a cui ho dato mille milioni di possibilità e che ogni volta mi piglia per il culo, tranquillissimamente. è stato bello notare come un suo amico punkabbestia mi trattasse da cretina, perché io faccio un tipo di vita diversa e non mi vergogno di sorridere e di dire che ho sonno e sono stanca e vorrei tornare a casa.

in fin dei conti, trovo una completo distacco da quella che sono io adesso e quello che c’è intorno, sia in questo mondo che in quello che frequentavo prima, ripieno di radical chic che dichiarano di leggere i classici e d vedere film “impegnati” e poi non lo fanno.

in fin dei conti la mia psicologa ha detto che, per le scelte che ho fatto io, sarò sempre più sola; che forse però avrò la fortuna di trovare qualcuno adatto a me. FORSE.

Sono le due e ventisette di un venerdi a caso. Anzi di un sabato a caso. Sabato a caso di un periodo a caso in cui cerco di ri-infilare cose non a caso nel buco nero rimasto dopo che la mia vita precedente è finita.

E sapete una cosa: sto tornando me stessa, la Elena che fa dei casini, la tipa confusa e bislacca. La tipa che dice in faccia agli sconosciuti quello che pensa. Quella felice e tre secondi dopo triste. Quella che, mentre cammina, canta. Quella che parla sempre e fa le facce buffe e gesticola. Quella che attacca bottone con tutti. Quella che fa ciò che vuole e non sta a vedere l’opinione che gli altri hanno di lei. Quella che cammina scalza sui prati. Quella che abbraccia le persone.

Elena sta anche riconsiderando il suo concetto di castità. Non è poi così male.

Pensavo agli ultimi 1095 giorni sprecati e buttati nel cesso, con tanto di sciaquone tirato. Pensavo.
Questi stronzissimi non torneranno più ed io li ho cretinamente sprecati dietro a bisogni altrui, storie altrui, ferite altrui, che io non potrò personalmente mai sanare. Mai. Mai. Anche se lo pensavo, perché sono un’ingenua con istinti insopprimibili da crocerossina. Perché fondamentalmente dovrei farmi la mia vita e non quella di altri individui.
E adesso che non mi do più, almeno per ora, mi sento protetta, ma sono pur sempre gabbie.

Le gabbie che ci autoinfliggiamo sono sempre le più dolorose.

E ho dei chiodi piantati sulla pelle e spine nei fianchi e il cuore scoppia. Oggi, però, ho già mangiato.
Ciao.

P.s: e non venitemi a dire che tutto fa brodo nella vita. UN BEL CAZZO.

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dal Diario giovanile- 1949/1960 di Daisaku Ikeda.
Pg.221.
Ediz. Esperia.

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