Ieri ho passato una giornata davvero brutta, ricolma di stanchezza, zero concentrazione e gran sonno. Poi mi sono dovuta richiappare, dovendo andare a sostituire una mia compagna di fede allo studio dei principi, rivolto soprattutto a chi da poco è buddista e ai curiosi. Ho saputo di quella sostituzione solo un’ora prima, ma ho comunque fatto il possibile per prepararmi al meglio, affinché poi potessi esporre in modo chiaro. Alla fine, sono tornata a casa più stanca che mai e desiderosa solamente di piombare nel letto.
In realtà, non so perché vi sto raccontando queste cose, volevo dirvi altro.

Ieri pomeriggio, ero molto triste e abbattuta, pensando a molte persone perse per strada e ad alcune che sto perdendo in questi giorni. Pensavo anche alla mia fatica di reggere tutti gli stress che mi stanno cadendo addosso. Pensavo a come io abbia sempre perso amici, invischiatisi in brutte compagnie. Ho perso la persona a me più cara per questo motivo. Soffro, a volte, pensando a come le persone spesso preferiscano avere altri amici rispetto a me e mi smollino magari per persone del tutto opposte a quello che sono io. Pensavo di essere pesante, insopportabile, lagnosa, sempre malinconica, certamente poco piacevole, con cui nessuno desidererebbe passare del tempo. Stavo rischiando di affogare nei brutti pensieri, quando ho deciso che forse sarebbe stato meglio leggere qualcosa del mio maestro, Ikeda. Quando sono giù di morale, prendo un suo libro e lo apro a caso; in genere, trovo sempre un brano che c’entra in modo pregnante coi miei pensieri, mi sento incoraggiata e sto meglio. Così è accaduto anche questa volta, riguardo ai brutti pensieri sulla cattive compagnie:
image
image

Advertisements