Occhi gonfi di allergia, occhiaie grigette e pallore mortale della studentessa Elena che si sveglia all’alba per trastullarsi meravigliosamente in antri oscuri ricolmi di acari e libri. Sguardo stanco.

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Vittorio Sereni. Raccolta Diario d’Algeria (1947).

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Sereni (1913-1983) venne chiamato alle armi, durante la seconda guerra mondiale, dapprima sul fronte orientale, poi dalla Grecia, alla Sicilia, prima tappa per l’Africa. Lì venne catturato dagli Alleati, appena sbarcati, e poi condotto nei campi di prigionia di Casablanca. Qui passò due anni. In interminabili giorni di galera, il poeta si appiglia a ricorrenze immaginarie, per sfuggire al tarlo del tempo sconosciuto. Senza orologi, ore che paiono attimi, istanti tramutati in  eternità.  Il nostro poeta confonde passato e presente, il futurno non ha più senso. Forse non ci sarà neppure. In questi momenti egli accomuna lo stato di prigionia a quello di morte in vita, lui e quelli come lui sono morti e, per ironia della sorte, non sanno di esserlo. Il poeta riflette su come la sua condizione non sia poi così distante da quella dell’uomo contemporaneo. Il nulla inghiotte tutto ed è unica certezza in una società dove è difficile trovare il proprio spazio, anche i poeti sono ridotti al silenzio, a scrivere nel loro privato. Le persone si fanno mere proiezione dei loro strumenti di lavoro.
Ma, nel campo, nella calura e aridità africana, una speranza lieve affiora, in una semplice partita di calcio tra compagni di sventura, in un semplice gioco tanto familiare, che fa ricordare loro di essere ancora un poco uomini.
Un po’ come il bambino greco Dimitrios, della lirica omonima, che il poeta dedica a sua figlia, al sicuro e ben nutrita in Italia. Il bimbo tra le tende dei soldati, porta la sua lieve purezza, “arguto mulinello”, e chiede loro pane e non per questo deturpa la sua grazia.

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