Ieri è stata una giornata faticosa, l’ennesima di un periodo faticoso. Oggi dopo otto mesi sono andata a pisa. Ho questo esame da dare. Questo esame che mi devo levare dai coglioni, nonostante la letteratura sia la mia più grande passione. La poesia, più nello specifico. Io vivo di poesia, passione ereditata dal nonno, che a novant’anni ancora ne sapeva recitare a memoria una quantità sterminata. Nonno sapeva quasi tutta la Divina Commedia, in più altre infinite poesie dei più disparati autori.
Dalla prigionia tornò che sapeva l’inglese, per cui cominciò a tradursi da solo molte opere. Mio nonno, nato nel 1921, era un umile operaio che, però, aveva delle passioni. Anche nelle materie scientifiche. Era un autodidatta. Quando ritornò a casa, dopo sette lunghi anni, nel 1946, era un ragazzo, ormai uomo, che a malapena sapeva leggere. Un figlio di contadini. Un campagnolo. Era stato un diciannovenne  nel deserto, in braccio un fucile e una tomba ad aspettarlo a casa. “Sparavamo ai fruscii nella notte”. Un ragazzo, quattro anni in prigione per una guerra di cui non capiva nulla. Perché era un ignorante.
Ecco perché quando tornò a casa iniziò i suoi studi. Non voleva più non avere gli “strumenti” per comprendere.

In questi giorni, davanti a un esame che è immenso e che mi ha fa impazzire, ho ripensato a lui, e mi sono fatta davvero coraggio. Ho ripensato a lui, cieco negli ultimi anni di vita, che mi recitava poesie e mi raccontava la guerra. È una fortuna che nella mia vita io abbia avuto dei maestri così pieni di sapere e, a loro modo, “sopravvissuti”. Anche Toda e Makiguchi li sono.

Ah, quanta gratitudine!!!

P.s: la professoressa ci ha rimandati alle prossime settimane.
P. s2: mi ha accompagnata la mamma per la prima volta ❤

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