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Ci sono giorni, come quello appena passato, in cui individuo con chiarezza le cause dei miei malesseri e sempre più mi sento troppo una cogliona.
All’improvviso oggi, mentre recitavo daimoku, ho avvertito un calore sordo in me ed è come se avessi iniziato a guardarmi da fuori. Ho sentito profondamente soprattutto il senso del mio blocco universitario e ho avvertito come non ne abbia. Mi sono creata inconsciamente ed inconsapevolmente delle catene pesanti e gravide di sensi di colpa che mi impediscono di fare tutte quelle cose che per chiunque altro sarebbero normali. E il bello è che mi sono bloccata nuovamente, da quasi un anno, senza accorgermene. Mi sono semplicemente concentrata su altri aspetti critici della mia esistenza, trascurando quello. Ed ecco fatto. Adesso mi ritrovo nella stessa merdosa situazione del salmone che, per tornare all’origine, deve risalire le correnti che però van giù, mentre lui va in su.
Che poi alla fine mi rincuoro, pensando che intanto è già un bene essermene accorta, nonostante i flussi continui di persone più o meno del belino che vanno e vengono dalla mia vita, entrano ed escono senza nemmeno l’accortezza di bussare. E mi distraggono. Ma, sapete una cosa, come diceva mia madre:” Questa storia deve finire. Questa casa non è un albergo!”, soprattutto, se è vero poi che non tutte le ciambelle riescono col buco e che tutte le strade portano a Roma. E anche i sentieri, cosa credete.

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