Sono leggermente depressa. Mi sento stanca e triste. Un po’ “abbacchiata” come avrebbe detto mio nonno. Oggi ho ottantamila cose da fare, persone da vedere e luoghi dove andare, posso addirittura scegliere tra due cene cui presenziare. E sento il mio cervello pulsare, forse cerca di parlarmi!? Vuole dirmi: ” Non andare là fuori, il mondo è brutto, crudele, sporco. Tu sei troppo pura e candida per andare”. Il cervello è il mio demone. Così cerco di aprire la porta e materializzare l’acqua di un lago immobile, il lago dell’eternità. Le sirene cantano una musica ammaliante, insinuante e io voglio andare da loro. Non voglio , in realtà, ma il mio corpo è sospinto, le mie gambe camminano senza che io diriga i passi. Entro dentro l’acqua che resta ancora immobile e lambisce le mie caviglie. È scura e pesante come una coltre di velluto antica. Ormai l’acqua è alle mie ginocchia. E io sto per perdere la volontà. Una voce mi chiama. Una voce di uomo. Cerco di girarmi, non riesco. Si getta verso di me, ne sento il rumore di scrosci. L’acqua si ritrae al suo passare e io fisso i sassolini neri sul fondo e guardo i miei piedi. L’uomo mi afferra con violenza, mi tira e mi tira, l’acqua mi tira anche lei. Lui vuole prendermi e salvarmi. Acqua, risucchiarmi. Sento che quest’ultima dovrebbe averla vinta. Non voglio esssere portata a riva. Ma lui prende il sopravvento, caricandomi in spalla. Finalmente lo vedo. Un uomo basso e tarchiato, coi capelli lunghi e ricci, ingarbugliati e sozzi. Una barba folta e lunghissima. Un naso schiacciato. Solo una pelle di bestia gli copre le parti intime. Comincio a intuire chi sia lui. Ulisse, di ritorno ad Itaca. Sotto le sembianze del povero viandante. Ulisse, curioso e dall’ingegno multiforme, lontano da casa per venti anni. Ulisse è venuto a salvarmi, è ancora vivo nonostante il suo peccare continuo di ὕβϱις. Allora è possibile scagliarsi contro il divino e non essere schiacciati? MI dice che il lago è quello dell’oblio, mi da uno schiaffo, mi dice: “devi andare avanti! LOntana dal lago!”. Noi siamo uomini, continua, e come tali, saremo sempre schiacciati. Ma c’è il nostro volere, la ribellione. Noi siamo sulla terra, noi possiamo mutarla. Gli dei non sono nulla, non averne paura. Poi mi da un pezzo di pane. Si volta e torna per la sua strada. Non mi seguire, grida. Tu sei ancora in tempo…
E poi, silenzio.

P.s: ὕβϱις, si legge Ybris, significa “tracotanza verso gli dei”. Nella Grecia classica veniva considerata come la colpa più grave di un essere umano per cui essere puniti nei modi più crudeli, sempre da parte degli dei. La vicenda di Serse, narrata nella tragedia di Eschilo “I persiani” (472 a.c), ne rappresenta un esempio. Serse era il re dei Persiani e voleva attaccare la Grecia. Per raggiungere questa terra nel più breve tempo possibile, decise di formare un ponte di barche sull’Ellesponto (antico nome dello stretto dei Dardanelli) sui cui poi fare passare i soldati, i quali avrebbero così evitato di fare tutto il giro del Mar Nero. Commise il peccato di Ybris, avendo egli violato il suo destino. IL suo destino viene rivelata alla madre, disperata dopo aver fatto un sogno premonitore sulla sconfitta del figlio, dal fantasma del marito e padre di Serse. Il fantasma spiega alla moglie che il destino del loro figlio sarebbe stato quello di conquistare l’Oriente e non la Grecia. Creando il ponte, Serse aveva cercato di fare il “furbo, cercando di ovviare ancora una volta il volere divino. Per questo, Serse perderà la battaglia di Salamina.

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