Archives for the month of: March, 2014

“Una risposta non merita mai un inchino: per quanto intelligente e giusta ci possa sembrare, non dobbiamo mai inchinarci a una risposta”.
Annuii con un cenno della testa, pentendomi imediatamente perché Mika poteva pensare che mi ero inchinato alla sua risposta.
“Chi si inchina si piega” continuò Mika. “Non devi mai piegarti davanti a una risposta”.
“E perché no!?”
“Una risposta è il tratto di strada che ti sei lasciato alle spalle. Solo una domanda può puntare oltre”.

JOSTEIN GAARDER – C’È NESSUNO!? (1996).

E mi accorgo di dare i numeri, dopo aver scritto più di una volta “pesci” al posto di “poesie” e dopo aver riso per venti minuti davanti al mio vicino allibito.

 

Me stessa impazzita. stanca. bisognosa di affetto. assonnata.

È l’ora del caffèèè!

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Ed eccomi qui, di nuovo. Oggi hanno persino aperto le persiane. Di solito col cavolo! Solo la luce della lampada Artemide illumina i miei fogli e i miei manuali e i miei astucci. In questa stanza del silenzio i libri sono chiusi a chiave, barricati in immaginarie trincee, che poi tanto immaginarie non sono. Il mio cuore, anche, è così: inespugnabile e pronto al peggio.
Ai posti di combattimento!

P.s: vi lascio anche tracce di me. Borsa, cappello, sciarpa. E va ben che ci sono già 14 gradi, ma sono una ragazza previdente 🙂

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Domenica 29 Marzo.
Aria che passa dalla fessura del casco integrale, aria fresca, aria in faccia. Sole bello. Sole caldo. Sole che dona senza chiedere.

Spiaggia, sassolini, mare limpido, acqua ghiaccia, conchigliette, vetri consumati multicolore, legnetti. le meraviglie della natura.

Malinconia, felicità, tristezza, allegria.

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Direttamente da casa mia per voi, miei piccoli, teneri, dolci biscottini da sgranocchiare!

😀

 

c’è quel momento della sera in cui inizia lo sbadiglio, in cui la tamarraggine mi ha sovrastato, in cui il vino rosso fa il suo effetto. in cui mi eclisso quei dieci minuti per pensare, per fumarmi una sigaretta goduta e meritata. Il mio premio. Premio per la mia sopportazione, per aver tenuto a freno la lingua, ma mai troppo, che la battutina esce sempre fuori. da sola. senza la mia volontà. lo giuro.
Premio per aver sorriso, per aver fatto una carezza sulla testa del bambino seienne che si addormenta sulla panca vicina al mio tavolo, genitori che mangiano e bevono e lui che non ce la fa più. ha gli occhi rossi e sbadiglia sbadiglia. Poi si acquatta e inizia a ronfare. ma, prima, io dal mio tavolo e lui dal suo abbiamo fatto il gioco di farci le “facce”.
ho iniziato io.

Solitudine. Condizione di chi ha il difetto di dire la verità e di essere dotato di buon senso.

Ambrose Bierce. Dizionario del diavolo, 19.

 

Ho sempre pensato che Battisti non facesse per me.
Forse sto invecchiando. Me ne accorgo, perché da un po’ di tempo mi rendo conto di ascoltare, guardare, sentire con occhi diversi e sensi nuovi. Perché, in fondo, un conto è avere spirito giovane, quello per affrontare la vita. e quello ce lo devo avere per forza. un altro conto è sentirsi già maturi; in fin dei conti la mia giovinezza è inziata così presto, sì. è come se fossi passata direttamente dalla culla all’età adulta. Come se fossi nata adolescente. dall’età della ragione ho avuto pochi anni di reale serenità. e adesso cerco di ricomporre pezzi di un’esistenza che, caduta a pezzi, grida per essere ricomposta. quello che sto facendo è questo. cercare la mia strada, capire le origini della mia malinconia. so cosa è successo, ma a volte vorrei darci un nome più preciso a tutta questa roba. la mia mente è un groviglio strano e oscuro. riuscirò a trovare un capo del filo, lo so. lo spero. ne sono sicura. ma davvero? vorrei più sicurezze, più “per sempre”, meno “forse”, “ma”, “non lo so”. meno no e più si. vorrei più affetto e più solidi abbracci. meno parole dure e fredde, più tenerezze. vorrei più carezze per sguardi, sguardi per carezze. vorrei agire di più e ragionare meno. vorrei che il cuore fosse il mio prediletto organo di senso.

Ora che ci penso vorrei un bacio da esquimese.

Due bambini, nella pace del cortile, giocavano a inventare una lingua speciale per poter parlare tra loro senza far capire nulla agli altri.
“Brif, braf”, disse il primo.
“Braf, brof”, rispose il secondo. E scoppiarono a ridere.
Su un balcone del primo piano c’era un vecchio buon signore a leggere il giornale, e affacciata alla finestra dirimpetto c’era una vecchia signora né buona né cattiva.
“Come sono sciocchi quei bambini”, disse la signora.
Ma il buon signore non era d’accordo: ” Io non trovo”.
“Non mi dirà che ha capito quello che hanno detto”.
“E invece ho capito tutto. Il primo ha detto: “che bella giornata”. Il secondo ha risposto: “domani sarà ancora più bello”.
La signora arricciò il naso ma stette zitta, perchè i bambini avevano ricominciato a parlare nella loro lingua.
“Maraschi, barabaschi, pippirimoschi”, disse il primo.
“Bruf”, rispose il secondo. E giù di nuovo a ridere tutti e due.
“Non mi dirà che ha capito anche adesso”, esclamò indignata la vecchia signora.
“E invece ho capito tutto”, rispose sorridendo il vecchio signore. Il primo ha detto: “come siamo contenti di essere al mondo”. E il secondo ha risposto: “il mondo è bellissimo”.
“Ma è poi bello davvero? insisté la vecchia signora.
“Brif, bruf, braf”. rispose il vecchio signore.

 

 

GIANNI RODARI – LE FAVOLE AL TELEFONO (1962).

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Amo i summufigi. Amo il vapore che sbatte in faccia. Amo i pensieri che mi toccano in quel tepore di cotone umido. Amo sentirmi accarezzata.

 

Ieri, invece…

Inquietarsi in bagni blindati di biblioteche, un pomeriggio freddo di fine marzo. Sonno. Occhiaie. Balenii improvvisi di illuminazioni. Calore improvviso. Epifanie. Frammenti. Occhi.
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alice

Quella era una testa svitabile in piena regola. Lei si faceva svitare e poi rotolava lontano. Specialmente adorava essere svitata sui treni, sugli autobus; in tal modo poteva viaggiare. Tanto tempo prima, quando era solo una testina, una piccola testina di bambino, aveva sognato di potersi staccare. Voleva vedere il mondo. Non si accontentava di quelle vedute di mappamondi e di cartine geografiche attaccate con le puntine. ah, quei muri grigi… quanta malinconia prendeva la nostra testa quando ripensava a quei tristi momenti! Quanta tristezza! Le lacrime cominciavano presto a bagnare i suoi occhi grigi. Anche le radici dei suoi capelli tiravano e formicolavano. Ah, pure i capelli volevano scappare da quel rimuginare! Ma, ormai, quelli erano tristi ricordi. Adesso, quel bambino non sapeva neppure più dove fosse, cosa e come fosse diventato.  Non molto tempo dopo, infatti, decise di abbandonarlo. Era giunta l’ora! Alla testolina non importava nulla di lui. Un bambino senza di lei non era niente di più che un mero burattino. E visto come l’ aveva trattata, se l’era meritato. Aveva osato comportarsi con lei come con una cosa senza senso. Come con una “cosa”!!! La testa dava i comandi e il bimbetto non aveva ubbidito, andando da solo, sempre a cacciarsi nei pasticci. Pensando a questo, capii che forse bisognava trovare un portatore più semplice da manovrare. Così, non molto tempo dopo, trovò un giusto bersaglio. Un uomo ridotto molto, molto male, un tipo che passava tutto il suo tempo a bere e a bere, auto-annullando la sua volontà. Fu facile prendere possesso di lui e per un po’ tutto fu bello. L’uomo era davvero fragile e la testa poteva portarlo dove voleva, poteva fargli compiere qualsiasi nefandezza e qualsiasi gesto nobile. Dopo un po’, però, la testa cominciò a sentirsi annebbiata, a non capire più nulla. Cercò di far cessare all’uomo di bere, ma, nonostante i suoi sforzi, tutto fu vano. Desiderava solo dormire e non svegliarsi più. Così, il giorno Venerdì 17 ottobre, alle ore 17e17, prese la decisione di andarsene per sempre e lasciare quel rifiuto umano. La testa era davvero saccente e credeva di essere superiore a tutto e a tutti. Desiderava ardentemente un portatore davvero degno di lei. Capitò, così,  nei pressi di un luogo colorato, con un tendone variopinto e animali feroci, persone strane, di tutte le razze e culture, anch’esse abbigliate in modo multicolore.  Mentre rotolava, sola e curiosa, notò un capannello di persone, piangenti, riunite attorno a un qualcosa che non si riusciva a scorgere. Decise di avvicinarsi e così ebbe davanti il più terribile spettacolo mai visto prima sulla faccia della terra …

continua…

 

p.s: grazie alla splendida, meravigliosa, zietta margheritona Claire per avermi dato quest’idea, durante una delle nostre conversazioni un po’ folli ❤ …  io ci ho provato, ma stava diventando una storia troooppooo lungaaaa!!!