“Nonna, ma tu ce l’hai il diploma delle elementari?”
“Si, si che ce l’ho”.
“E quello delle medie?”.
“No, quello no, perché c’era la guerra. È iniziata che avevo otto anni ed è finita che ne avevo tredici. E poi nel frattempo ero già andata a cucire”.

Nonna era una sartina alta e magra, coi tacchi e le gonne e le camicette belle che si cuciva da sola. Nonna ogni mattina si alzava all’alba e scendeva giù dalle colline e dopo un’ora arrivava al quartiere dei ricchi, dove andava nelle ricche case per fare i vestiti alle signore ricche. E quando le signore le permettevano di tenersi i rimasugli di stoffa, allora, si faceva i vestiti per sé. Mia nonna era sposata con un bel ragazzo moro con gli occhi neri e i riccioli che veniva da uno di quei paese sperduti nel nostro entroterra, di professione operaio nella fonderia. Hanno fatto una bambina che è morta troppo presto e poi un’altra bambina: mia madre. Hanno fatto tanti sacrifici. E poi mio nonno è andato in pensione. E dopo un anno è morto per un tumore ai polmoni, dopo aver respirato tanto amianto al lavoro e dopo essersi portato dietro tutte quelle bruciature accumulate negli anni.
Ma in fin dei conti c’è stato un lieto fino.
Un lieto fine un po’ amaro.

lericchesignore

(le ricche signore)

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