L’INCENDIARIO

A F. T. Marinetti

anima della nostra fiamma.

 

In mezzo alla piazza centrale

del paese,

è stata posta la gabbia di ferro

con l’incendiario.

Vi rimarrà tre giorni

perchè tutti lo possano vedere.

Tutti si aggirano torno torno

all’enorme gabbione,

durante tutto il giorno,

centinaia di persone.

‒ Guarda un pochino dove l’anno messo!

‒ Sembra un pappagallo carbonaio.

‒ Dove lo dovevano mettere?

‒ In prigione addirittura.

‒ Gli sta bene di far questa bella figura!

‒ Perchè non gli avete preparato

un appartamento di lusso,

così bruciava anche quello!

‒ Ma nemmeno tenerlo in questa gabbia!

‒ Lo faranno morire dalla rabbia!

‒ Morire! È uno che se la piglia!

‒ È più tranquillo di noi!

‒ Io dico che ci si diverte.

‒ Ma la sua famiglia?

‒ Chi sa da che parte di mondo è venuto!

‒ Questa robaccia non à mica famiglia!

‒ Sicuro, è roba allo sbaraglio!

‒ Se venisse dall’ inferno?

‒ Povero diavolaccio!

‒ Avreste anche compassione?

Se v’avesse bruciata la casa

non direste così.

‒ La vostra l’à bruciata?

‒ Se non l’à bruciata

poco c’è corso.

À bruciato mezzo mondo

questo birbaccione!

‒ Almeno, vigliacchi, non gli sputate addosso,

infine è una creatura!

‒ Ma come se ne sta tranquillo!

‒ Non à mica paura!

‒ Io morirei dalla vergogna!

‒ Star lì in mezzo alla berlina!

‒ Per tre giorni!

‒ Che gogna!

‒ Dio mio che faccia bieca!

‒ Che guardatura da brigante!

‒ Se non ci fosse la gabbia

io non ci starei!

‒ Se a un tratto si vedesse scappare?

‒ Ma come deve fare?

‒ Sarà forte quella gabbia?

‒ Non avesse da fuggire!

‒ Dai vani dei ferri non potrà passare?

Questi birbanti si sanno ripiegare

in tutte le maniere!

‒ Che bel colpo oggi la polizia!

‒ Se non facevan presto a accaparrarlo,

ci mandava tutti in fumo!

‒ Si meriterebbe altro che berlina!

‒ Quando l’ànno interrogato,

à risposto ridendo

che brucia per divertimento.

‒ Dio mio che sfacciato!

‒ Ma che sorta di gente!

‒ Io lo farei volentieri a pezzetti.

‒ Buttatelo nel fosso!

‒ Io gli voglio sputare

un’altra volta addosso!

‒ Se bruciassero un pò lui

perchè ridesse meglio!

‒ Sarebbe la fine che si merita!

‒ Quando sarà in prigione scapperà,

è talmente pieno di scaltrezza!

‒ Peggio d’una faina!

‒ Non vedete che occhi che à?

‒ Perchè non lo buttano in un pozzo?

‒ Nel cisternone del comune!

‒ E ci sono di quelli

che avrebbero pietà!

‒ Bisogna esser roba poco pulita

per aver compassione

di questa sorta di persone!

Largo! Largo! Largo!

Ciarpame! Piccoli esseri

dall’esalazione di lezzo,

fetido bestiame!

Ringoiatevi tutti

il vostro sconcio pettegolezzo,

e che vi strozzi nella gola!

Largo! Sono il poeta!

Io vengo di lontano,

il mondo ò traversato,

per venire a trovare

la mia creatura da cantare!

Inginocchiatevi marmaglia!

Uomini che avete orrore del fuoco,

poveri esseri di paglia!

Inginocchiatevi tutti!

Io sono il sacerdote,

questa gabbia è l’altare,

quell’uomo è il Signore!

Il Signore tu sei,

al quale rivolgo,

con tutta la devozione

del mio cuore,

la più soave orazione.

A te, soave creatura,

giungo ansante, affannato,

ò traversato rupi di spine,

ò scavalcato alte mura!

Io ti libererò!

Fermi tutti, v’ò detto!

Tenete la testa bassa,

picchiatevi forte nel petto,

è il confiteor questo,

della mia messa!

T’ànno coperto d’insulti

e di sputacchi,

quello sciame insidioso

di piccoli vigliacchi.

Ed è naturale che da loro

tu ti sia fatto allacciare:

quegl’ insetti immondi e poltroni,

sono lividi di malefica astuzia,

circola per le loro vene

il sangue verde velenoso.

E tu grande anima

non potevi pensare

al piccolo pozzo che t’avevan preparato,

ci dovevi cascare.

Io ti son venuto a liberare!

Fermi tutti!

Ti guardo dentro gli occhi

per sentirmi riscaldare.

Rannicchiato sotto il tuo mantello

tu sei senza parole,

come la fiamma: colore, e calore!

E quel mantello nero

te l’àn gettato addosso

gli stolidi uomini vero,

perchè non si veda che sei tutto rosso?

Oppure te lo sei gettato da te,

per ricuoprire un poco

l’anima tua di fuoco?

Che guardi all’orizzonte?

Se s’alza una favilla?

Dimmi, non sei riuscito a trafugare

l’ultimo zolfino?

Ti si legge negli occhi!

Ma ti saltan dagli occhi le faville,

a cento, a cento, a mille!

Tu puoi cogli occhi

bruciare tutto il mondo!

T’à creato il sole,

che bruci al sol guardarti?

Quando tu bruci

tu non sei più l’uomo,

il Dio tu sei!

Mi sento correr per le vene un brivido.

Ti vorrei vedere quando abbruci,

quando guardi le tue fiamme;

tutte quelle bocche,

tutte quelle labbra,

tutte quelle lingue,

non vengono a baciarti tutte?

Non sono le tue spose

voluttuose?

Bello, bello, bello e Santo!

Santo! Santo!

Santo quando pensi di bruciare.

Santo quando abbruci,

Santo quando le guardi

le tue fiamme sante!

E voi, rimasti pietrificati dall’orrore,

pregate, pregate a bassa voce,

orazioni segrete.

Anch’io sai, sono un incendiario,

un povero incendiario che non può bruciare,

e sono come te in prigione.

Sono un poeta che ti rende omaggio,

da povero incendiario mancato,

incendiario da poesia.

Ogni verso che scrivo è un incendio.

Oh! Tu vedessi quando scrivo!

Mi par di vederle le fiamme,

e sento le vampe, bollenti

carezze al mio viso.

Incendio non vero

è quello ch’io scrivo,

non vero seppure è per dolo.

Àn tutte le cose la polizia,

anche la poesia.

Là sopra il mio banco ove nacque,

il mio libro, come per benedizione

io brucio il primo esemplare,

e guardo avido quella fiamma,

e godo, e mi ravvivo,

e sento salirmi il calore alla testa

come se bruciasse il mio cervello.

Come mi sento vile innanzi a te!

Come mi sento meschino!

Vorrei scrivere soltanto per bruciare!

Nel segreto delle mie stanze

passeggio vestito di rosso,

e mi guardo in un vecchio specchio,

pieno di ebbrezza,

come fossi una fiamma,

una povera fiamma che aspetta….

il tuo riflesso!

Fuori vado vestito di grigio,

ovvero di nessun colore,

c’è anche per le vesti una polizia,

come per le parole.

E quella per il fuoco

è tremenda, accanita,

gli uomini ànno orrore delle fiamme,

gli uomini seri,

per questo anno inventato i pompieri.

Tu mi guardi, senza parlare,

tu non parli,

e i tuoi occhi mi dicono:

uomo, poco farai tu che ciarli.

Ma fido in te!

T’apro la gabbia vài

Guardali, guardali, come fuggono!

Sono forsennati dall’orrore,

la paura gli à tutti impazzati.

Potete andare, fuggite, fuggite,

egli vi raggiungerà!

E una di queste mattine,

uscendo dalla mia casa,

fra le consuete catapecchie,

non vedrò più le vecchie

reliquie tarlite,

così gelosamente custodite

da tanto tempo!

Non le vedrò più!

Avrò un urlo di gioia!

Ci sei passato tu!

E dopo mi sentirò lambire le vesti,

le fiamme arderanno

sotto la mia casa….

griderò, esulterò,

m’avrai data la vita!

Io sono una fiamma che aspetta!

Va, passa fratello, corri, a riscaldare

la gelida carcassa

di questo vecchio mondo!

A. Palazzeschi, L’incendiario, Edizioni futuriste di «Poesia», Milano 1910.

Stamattina sto studiando le poesie avanguardistiche di Palazzeschi.

Da giovane, questo geniale artista prese parte al movimento di avanguardia del Futurismo, per intenderci quello di Filippo Tommaso Marinetti, per poi lasciarlo quando si rese conto delle derive fasciste cui stava andando incontro.

Il Futurismo, presto, divenne strumento del regime fascista. Palazzeschi, no.

Palazzeschi era un animo libero, geniale, incontrollabile, potente. E, tuttavia era anche gentile.

Una figura che mi affascina molto.

Dietro i suoi modi di fare giovanili, clowneschi, si celava la grande scoperta del poeta contemporaneo: la società non ha più un posto per lui.  Così si  “pittura la faccia” e gioca, andando a finire nel sogno e ben oltre. Per difendersi, si rifugia in un’altra realtà.

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