Archives for the month of: September, 2013

Quando si parla di poesie e lettura di poesia, non può che venirmi in mente Gassman, io amo la sua voce, la amo proprio!

Ho conosciuto Gassman in tale veste (come attore di cinema lo conoscevo già dall’infanzia, mio papà da bimba mi ha fatto vedere molti film) alle superiori, grazie alla mia mitica professoressa di Italiano, Sofia P., che ci faceva sentire i canti della Commedia di Dante Alighieri recitati da lui.
Come al solito, davo il meglio della piagnona che è in me, Gassman mi commuove da impazzire, come mi commuovono alla fine tutte le cose belle.

Qui il grande Vittorio recita un testo di Pavese, un altro genio, di cui è impossibile non apprezzare sia le prose che le poesie.

Per finire, questo video mi piace, anche se ha un sottofondo musicale, ed io DETESTO la musica di sottofondo con tutto il mio cuore. Però, e c’è un però, per Beethoven si può fare un’eccezione: Sonata per pianoforte numero 14, comunemente nota come “Al chiaro di Luna”.

OGGI È LA MIA GIORNATA DELLA POESIA...

Sto leggendo poesie da più o meno tutto il giorno. A volte, ne ho proprio un bisogno fisico, soprattutto quando mi sento moooolto malinconica!

P.s: Spero che ognuno di voi abbia un poeta preferito, un po’ come un luogo del cuore, un rifugio caldo per quando si ha freddo dentro.

Signorina Felicita, a quest’ora
scende la sera nel giardino antico
della tua casa. Nel mio cuore amico
scende il ricordo. E ti rivedo ancora,
e Ivrea rivedo e la cerulea Dora
e quel dolce paese che non dico.
Signorina Felicita, è il tuo giorno!
A quest’ora che fai? Tosti il caffè:
e il buon aroma si diffonde intorno?
O cuci i lini e canti e pensi a me,
all’avvocato che non fa ritorno?
E l’avvocato è qui: che pensa a te.
Pensa i bei giorni d’un autunno addietro,
Vill’Amarena a sommo dell’ascesa
coi suoi ciliegi e con la sua Marchesa
dannata, e l’orto dal profumo tetro
di busso e i cocci innumeri di vetro
sulla cinta vetusta, alla difesa…
Vill’Amarena! Dolce la tua casa
in quella grande pace settembrina!
La tua casa che veste una cortina
di granoturco fino alla cimasa:
come una dama secentista, invasa
dal Tempo, che vestì da contadina.
Bell’edificio triste inabitato!
Grate panciute, logore, contorte!
Silenzio! Fuga dalle stanze morte!
Odore d’ombra! Odore di passato!
Odore d’abbandono desolato!
Fiabe defunte delle sovrapporte!
Ercole furibondo ed il Centauro,
le gesta dell’eroe navigatore,
Fetonte e il Po, lo sventurato amore
d’Arianna, Minosse, il Minotauro,
Dafne rincorsa, trasmutata in lauro
tra le braccia del Nume ghermitore…
Penso l’arredo – che malinconia! –
penso l’arredo squallido e severo,
antico e nuovo: la pirografia
sui divani corinzi dell’Impero,
la cartolina della Bella Otero
alle specchiere… Che malinconia!
Antica suppellettile forbita!
Armadi immensi pieni di lenzuola
che tu rammendi pazïente… Avita
semplicità che l’anima consola,
semplicità dove tu vivi sola
con tuo padre la tua semplice vita!
II.
Quel tuo buon padre – in fama d’usuraio –
quasi bifolco, m’accoglieva senza
inquietarsi della mia frequenza,
mi parlava dell’uve e del massaio,
mi confidava certo antico guaio
notarile, con somma deferenza.
«Senta, avvocato…» E mi traeva inqueto
nel salone, talvolta, con un atto
che leggeva lentissimo, in segreto.
Io l’ascoltavo docile, distratto
da quell’odor d’inchiostro putrefatto,
da quel disegno strano del tappeto,
da quel salone buio e troppo vasto…
«…la Marchesa fuggì… Le spese cieche…»
da quel parato a ghirlandette, a greche…
«dell’ottocento e dieci, ma il catasto…»
da quel tic-tac dell’orologio guasto…
«…l’ipotecario è morto, e l’ipoteche…»
Capiva poi che non capivo niente
e sbigottiva: «Ma l’ipotecario
è morto, è morto!!…». – «E se l’ipotecario
è morto, allora…» Fortunatamente
tu comparivi tutta sorridente:
«Ecco il nostro malato immaginario!».
III.
Sei quasi brutta, priva di lusinga
nelle tue vesti quasi campagnole,
ma la tua faccia buona e casalinga,
ma i bei capelli di color di sole,
attorti in minutissime trecciuole,
ti fanno un tipo di beltà fiamminga…
E rivedo la tua bocca vermiglia
così larga nel ridere e nel bere,
e il volto quadro, senza sopracciglia,
tutto sparso d’efelidi leggiere
e gli occhi fermi, l’iridi sincere
azzurre d’un azzurro di stoviglia…
Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi
rideva una blandizie femminina.
Tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina:
e più d’ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi!
Ogni giorno salivo alla tua volta
pel soleggiato ripido sentiero.
Il farmacista non pensò davvero
un’amicizia così bene accolta,
quando ti presentò la prima volta
l’ignoto villeggiante forestiero.
Talora – già la mensa era imbandita –
mi trattenevi a cena. Era una cena
d’altri tempi, col gatto e la falena
e la stoviglia semplice e fiorita
e il commento dei cibi e Maddalena
decrepita, e la siesta e la partita…
Per la partita, verso ventun’ore
giungeva tutto l’inclito collegio
politico locale: il molto Regio
Notaio, il signor Sindaco, il Dottore;
ma – poiché trasognato giocatore –
quei signori m’avevano in dispregio…
M’era più dolce starmene in cucina
tra le stoviglie a vividi colori:
tu tacevi, tacevo, Signorina:
godevo quel silenzio e quegli odori
tanto tanto per me consolatori,
di basilico d’aglio di cedrina…
Maddalena con sordo brontolio
disponeva gli arredi ben detersi,
rigovernava lentamente ed io,
già smarrito nei sogni più diversi,
accordavo le sillabe dei versi
sul ritmo eguale dell’acciottolio.
Sotto l’immensa cappa del camino
(in me rivive l’anima d’un cuoco
forse…) godevo il sibilo del fuoco;
la canzone d’un grillo canterino
mi diceva parole, a poco a poco,
e vedevo Pinocchio e il mio destino…
Vedevo questa vita che m’avanza:
chiudevo gli occhi nei presagi grevi;
aprivo gli occhi: tu mi sorridevi,
ed ecco rifioriva la speranza!
Giungevano le risa, i motti brevi
dei giocatori, da quell’altra stanza.
IV.
Bellezza riposata dei solai
dove il rifiuto secolare dorme!
In quella tomba, tra le vane forme
di ciò ch’è stato e non sarà più mai,
bianca bella così che sussultai,
la Dama apparve nella tela enorme:
«È quella che lasciò, per infortuni,
la casa al nonno di mio nonno… E noi
la confinammo nel solaio, poi
che porta pena… L’han veduta alcuni
lasciare il quadro; in certi noviluni
s’ode il suo passo lungo i corridoi…».
Il nostro passo diffondeva l’eco
tra quei rottami del passato vano,
e la Marchesa dal profilo greco,
altocinta, l’un piede ignudo in mano,
si riposava all’ombra d’uno speco
arcade, sotto un bel cielo pagano.
Intorno a quella che rideva illusa
nel ricco peplo, e che morì di fame,
v’era una stirpe logora e confusa:
topaie, materassi, vasellame,
lucerne, ceste, mobili: ciarpame
reietto, così caro alla mia Musa!
Tra i materassi logori e le ceste
v’erano stampe di persone egregie;
incoronato dalle frondi regie
v’era Torquato nei giardini d’Este.
«Avvocato, perché su quelle teste
buffe si vede un ramo di ciliege?»
Io risi, tanto che fermammo il passo,
e ridendo pensai questo pensiero:
Oimè! La Gloria! un corridoio basso,
tre ceste, un canterano dell’Impero,
la brutta effigie incorniciata in nero
e sotto il nome di Torquato Tasso!
Allora, quasi a voce che richiama,
esplorai la pianura autunnale
dall’abbaino secentista, ovale,
a telaietti fitti, ove la trama
del vetro deformava il panorama
come un antico smalto innaturale.
Non vero (e bello) come in uno smalto
a zone quadre, apparve il Canavese:
Ivrea turrita, i colli di Montalto,
la Serra dritta, gli alberi, le chiese;
e il mio sogno di pace si protese
da quel rifugio luminoso ed alto.
Ecco – pensavo – questa è l’Amarena,
ma laggiù, oltre i colli dilettosi,
c’è il Mondo: quella cosa tutta piena
di lotte e di commerci turbinosi,
la cosa tutta piena di quei «cosi
con due gambe» che fanno tanta pena…
L’Eguagliatrice numera le fosse,
ma quelli vanno, spinti da chimere
vane, divisi e suddivisi a schiere
opposte, intesi all’odio e alle percosse:
così come ci son formiche rosse,
così come ci son formiche nere…
Schierati al sole o all’ombra della Croce,
tutti travolge il turbine dell’oro;
o Musa – oimè! – che può giovare loro
il ritmo della mia piccola voce?
Meglio fuggire dalla guerra atroce
del piacere, dell’oro, dell’alloro…
L’alloro… Oh! Bimbo semplice che fui,
dal cuore in mano e dalla fronte alta!
Oggi l’alloro è premio di colui
che tra clangor di buccine s’esalta,
che sale cerretano alla ribalta
per far di sé favoleggiar altrui…
«Avvocato, non parla: che cos’ha?»
«Oh! Signorina! Penso ai casi miei,
a piccole miserie, alla città…
Sarebbe dolce restar qui, con Lei!…»
«Qui, nel solaio?…» – «Per l’eternità!»
«Per sempre? Accetterebbe?…» – «Accetterei!»
Tacqui. Scorgevo un atropo soletto
e prigioniero. Stavasi in riposo
alla parete: il segno spaventoso
chiuso tra l’ali ripiegate a tetto.
Come lo vellicai sul corsaletto
si librò con un ronzo lamentoso.
«Che ronzo triste!» – «È la Marchesa in pianto…
La Dannata sarà che porta pena…»
Nulla s’udiva che la sfinge in pena
e dalle vigne, ad ora ad ora, un canto:
O mio carino tu mi piaci tanto,
siccome piace al mar una sirena…
Un richiamo s’alzò, querulo e rôco:
«È Maddalena inqueta che si tardi:
scendiamo; è l’ora della cena!». – «Guardi,
guardi il tramonto, là… Com’è di fuoco!…
Restiamo ancora un poco!» – «Andiamo, è tardi!»
«Signorina, restiamo ancora un poco!…»
Le fronti al vetro, chini sulla piana,
seguimmo i neri pippistrelli, a frotte;
giunse col vento un ritmo di campana,
disparve il sole fra le nubi rotte;
a poco a poco s’annunciò la notte
sulla serenità canavesana…
«Una stella!…» – «Tre stelle!…» – «Quattro stelle!…»
«Cinque stelle!» – «Non sembra di sognare?…»
Ma ti levasti su quasi ribelle
alla perplessità crepuscolare:
«Scendiamo! È tardi: possono pensare
che noi si faccia cose poco belle…»
V.
Ozi beati a mezzo la giornata,
nel parco dei marchesi, ove la traccia
restava appena dell’età passata!
Le Stagioni camuse e senza braccia,
fra mucchi di letame e di vinaccia,
dominavano i porri e l’insalata.
L’insalata, i legumi produttivi
deridevano il busso delle aiole;
volavano le pieridi nel sole
e le cetonie e i bombi fuggitivi…
Io ti parlavo, piano, e tu cucivi
innebriata dalle mie parole.
«Tutto mi spiace che mi piacque innanzi!
Ah! Rimanere qui, sempre, al suo fianco,
terminare la vita che m’avanzi
tra questo verde e questo lino bianco!
Se Lei sapesse come sono stanco
delle donne rifatte sui romanzi!
Vennero donne con proteso il cuore:
ognuna dileguò, senza vestigio.
Lei sola, forse, il freddo sognatore
educherebbe al tenero prodigio:
mai non comparve sul mio cielo grigio
quell’aurora che dicono: l’Amore…»
Tu mi fissavi… Nei begli occhi fissi
leggevo uno sgomento indefinito;
le mani ti cercai, sopra il cucito,
e te le strinsi lungamente, e dissi:
«Mia cara Signorina, se guarissi
ancora, mi vorrebbe per marito?».
«Perché mi fa tali discorsi vani?
Sposare, Lei, me brutta e poveretta!…»
E ti piegasti sulla tua panchetta
facendo al viso coppa delle mani,
simulando singhiozzi acuti e strani
per celia, come fa la scolaretta.
Ma, nel chinarmi su di te, m’accorsi
che sussultavi come chi singhiozza
veramente, né sa più ricomporsi:
mi parve udire la tua voce mozza
da gli ultimi singulti nella strozza:
«Non mi ten…ga mai più… tali dis…corsi!»
«Piange?» E tentai di sollevarti il viso
inutilmente. Poi, colto un fuscello,
ti vellicai l’orecchio, il collo snello…
Già tutta luminosa nel sorriso
ti sollevasti vinta d’improvviso,
trillando un trillo gaio di fringuello.
Donna: mistero senza fine bello!
VI.
Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi
luceva una blandizie femminina;
tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina;
e più d’ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi!
Unire la mia sorte alla tua sorte
per sempre, nella casa centenaria!
Ah! Con te, forse, piccola consorte
vivace, trasparente come l’aria,
rinnegherei la fede letteraria
che fa la vita simile alla morte…
Oh! questa vita sterile, di sogno!
Meglio la vita ruvida concreta
del buon mercante inteso alla moneta,
meglio andare sferzati dal bisogno,
ma vivere di vita! Io mi vergogno,
sì, mi vergogno d’essere un poeta!
Tu non fai versi. Tagli le camicie
per tuo padre. Hai fatta la seconda
classe, t’han detto che la Terra è tonda,
ma tu non credi… E non mediti Nietzsche…
Mi piaci. Mi faresti più felice
d’un’intellettuale gemebonda…
Tu ignori questo male che s’apprende
in noi. Tu vivi i tuoi giorni modesti,
tutta beata nelle tue faccende.
Mi piace. Penso che leggendo questi
miei versi tuoi, non mi comprenderesti,
ed a me piace chi non mi comprende.
Ed io non voglio più essere io!
Non più l’esteta gelido, il sofista,
ma vivere nel tuo borgo natio,
ma vivere alla piccola conquista
mercanteggiando placido, in oblio
come tuo padre, come il farmacista…
Ed io non voglio più essere io!
VII.
Il farmacista nella farmacia
m’elogiava un farmaco sagace:
«Vedrà che dorme le sue notti in pace:
un sonnifero d’oro, in fede mia!»
Narrava, intanto, certa gelosia
con non so che loquacità mordace.
«Ma c’è il notaio pazzo di quell’oca!
Ah! quel notaio, creda: un capo ameno!
La Signorina è brutta, senza seno,
volgaruccia, Lei sa, come una cuoca…
E la dote… la dote è poca, poca:
diecimila, chi sa, forse nemmeno…»
«Ma dunque?» – «C’è il notaio furibondo
con Lei, con me che volli presentarla
a Lei; non mi saluta, non mi parla…»
«È geloso?» – «Geloso! Un finimondo!…»
«Pettegolezzi!…» – «Ma non Le nascondo
che temo, temo qualche brutta ciarla…»
«Non tema! Parto.» – «Parte? E va lontana?»
«Molto lontano… Vede, cade a mezzo
ogni motivo di pettegolezzo…»
«Davvero parte? Quando?» – «In settimana…»
Ed uscii dall’odor d’ipecacuana
nel plenilunio settembrino, al rezzo.
Andai vagando nel silenzio amico,
triste perduto come un mendicante.
Mezzanotte scoccò, lenta, rombante
su quel dolce paese che non dico.
La Luna sopra il campanile antico
pareva «un punto sopra un I gigante».
In molti mesti e pochi sogni lieti,
solo pellegrinai col mio rimpianto
fra le siepi, le vigne, i castagneti
quasi d’argento fatti nell’incanto;
e al cancello sostai del camposanto
come s’usa nei libri dei poeti.
Voi che posate già sull’altra riva,
immuni dalla gioia, dallo strazio,
parlate, o morti, al pellegrino sazio!
Giova guarire? Giova che si viva?
O meglio giova l’Ospite furtiva
che ci affranca dal Tempo e dallo Spazio?
A lungo meditai, senza ritrarre
la tempia dalle sbarre. Quasi a scherno
s’udiva il grido delle strigi alterno…
La Luna, prigioniera fra le sbarre,
imitava con sue luci bizzarre
gli amanti che si baciano in eterno.
Bacio lunare, fra le nubi chiare
come di moda settant’anni fa!
Ecco la Morte e la Felicità!
L’una m’incalza quando l’altra appare;
quella m’esilia in terra d’oltremare,
questa promette il bene che sarà…
VIII.
Nel mestissimo giorno degli addii
mi piacque rivedere la tua villa.
La morte dell’estate era tranquilla
in quel mattino chiaro che salii
tra i vigneti già spogli, tra i pendii
già trapunti da bei colchici lilla.
Forse vedendo il bel fiore malvagio
che i fiori uccide e semina le brume,
le rondini addestravano le piume
al primo volo, timido, randagio;
e a me randagio parve buon presagio
accompagnarmi loro nel costume.
«Vïaggio con le rondini stamane…»
«Dove andrà?» – «Dove andrò? Non so… Vïaggio,
vïaggio per fuggire altro vïaggio…
Oltre Marocco, ad isolette strane,
ricche in essenze, in datteri, in banane,
perdute nell’Atlantico selvaggio…
Signorina, s’io torni d’oltremare,
non sarà d’altri già? Sono sicuro
di ritrovarla ancora? Questo puro
amore nostro salirà l’altare?»
E vidi la tua bocca sillabare
a poco a poco le sillabe: giuro.
Giurasti e disegnasti una ghirlanda
sul muro, di viole e di saette,
coi nomi e con la data memoranda:
trenta settembre novecentosette…
Io non sorrisi. L’animo godette
quel romantico gesto d’educanda.
Le rondini garrivano assordanti,
garrivano garrivano parole
d’addio, guizzando ratte come spole,
incitando le piccole migranti…
Tu seguivi gli stormi lontananti
ad uno ad uno per le vie del sole…
«Un altro stormo s’alza!…» – «Ecco s’avvia!»
«Sono partite…» – «E non le salutò!…»
«Lei devo salutare, quelle no:
quelle terranno la mia stessa via:
in un palmeto della Barberia
tra pochi giorni le ritroverò…»
Giunse il distacco, amaro senza fine,
e fu il distacco d’altri tempi, quando
le amate in bande lisce e in crinoline,
protese da un giardino venerando,
singhiozzavano forte, salutando
diligenze che andavano al confine…
M’apparisti così come in un cantico
del Prati, lacrimante l’abbandono
per l’isole perdute nell’Atlantico;
ed io fui l’uomo d’altri tempi, un buono
sentimentale giovine romantico…
Quello che fingo d’essere e non sono!

NPG x103856; Mamie Whittaker by Bassano

Oltre il bene e oltre il male.
Oh amore… amore…
… E i baci,
che cambiano sapore
di capitale in capitale.

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GIORNO PER GIORNO - 30 SETTEMBRE.

Chi rafforza la propria fede giorno dopo giorno e mese dopo mese è un vero praticante. La nostra pratica quotidiana di gongyo è quindi importante quanto la partecipazione alle riunioni. Non dobbiamo lasciare che la nostra fede cresca debolmente. Dobbiamo rafforzarla oggi più di ieri, questo mese più di quello passato. La pratica buddista è un’ascensione fatta di sforzi il cui scopo ultimo è raggiungere la vetta, la Buddità. DAISAKU IKEDA.

Io adoro Moby e, in questo momento, sono un attimo sotto chock perchè ho appena scoperto che ha 48 anni!!! O.O Ha solo due anni meno della mia mammina!

A parte questo, sono stra-felice perché ad ottobre uscirà il suo nuovo album “Innocents”.

In una intervista sul quotidiano L’unità ha detto: “All’università studiavo filosofia, e a lungo mi sono interessato allo studio delle religioni, delle differenti pratiche spirituali. Ho scoperto col tempo che la ricorrente in tutte le diverse culture è sempre la stessa: cosa vuol dire essere ‘umani’? Possiamo discutere il problema da tante prospettive diverse: quella economica, quella spirituale, possiamo guardare a noi stessi come consumatori o come frammenti di materia che gira nell’universo da miliardi di anni. La risposta è che ogni essee umano è confuso. Passiamo la nostra vita confusi e spaventati. Ed è di qesto che parla il titolo del disco. Siamo innocenti perché anche quando facciamo cose terribili, non sappiamo cosa stiamo facendo. NOn voglio giustificare chi compie atti orribili, l’idea di fondo è quella della solidarietà nei confronti della natura umana”.

Mmm, sto ancora riflettendo su queste parole. In parte mi trovo d’accordo, soprattutto sul fatto di essere compassionevoli, ma in parte trovo una contraddizione il fatto che Moby dica che siamo sempre innocenti…anche quando sappiamo di commettere atrocità…
forse è una provocazione sotterranea, in quanto lui dichiara di essere sempre d’accordo con tutti!?
🙂

Immagine

Magari sarò scema io, ma, ve lo giuro non ho capito una cosa!

Non capisco perché un giornale come IL Sole 24 Ore abbia fatto un mensile così bello, MA indirizzato ad un pubblico maschile.

Ebbene, io un pochino rimasta male ci sono, anche se, lo so, è una stupidata.

Visto che io sono notoriamente una rompiballe, ho fatto un tweet sullla pagine del magazine, dove un signore molto gentile mi ha spiegato che si chiama IL, appunto, perché è l’articolo detrminativo maschile. Ma guarda un po’, forse l’avevo capito anche io! Quello che non avevo capito è che bisogno c’era di fare un magazine solo per uomini, dato che alla fine il Sole lo leggono vari “tipi” di persone!!!

Io, penso, che avrebbero potuto fare semplicemente un magazine e (cribbio!) avrebbero potuto chiamarlo UNISEX, così facevano contente anche le rompiballe come me.

IL simpatico signore mi ha anche risposto che “evvivaddio!”, quello era un magazine maschile e che per tutto il resto c’è Vanity Fair.

Ora, vorrei sdoganare un ultima cosa, io ho 24 anni, leggo il Sole,  anche se sono una femmina e studio Lettere. Le colleghe del mio papà lo leggono. Altre mie amiche lo leggono. Non è che una donna, solo perché donna, legge solo di moda e trucchi ( di cui, per altro, sono una grande appassionata).

In più, il magazine parla un po’ di tutto….

EMBÉ. RESTERÒ CON QUESTO DUBBIO A VITA.

Anche se, a volte, mi sembra che a noi donne (ed anche a noi giovani) ci vogliano tenere sempre il più lontano possibile dalla cultura, in ogni sua forma.

La fede, che a prima vista può sembrare inutile, è realmente la forza più potente al mondo. Molti sono coloro che fanno mostra della propria forza, ma la vera solidità non ha nulla a che fare con le apparenze. Al contrario, spesso ci rendiamo conto che più l’individuo è debole, più egli ostenta la sua forza. DAISAKU IKEDA.

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In generale, che i discepoli di Nichiren recitino Nam Myoho Renge Kyo con lo spirito di “diversi corpi, stessa mente” senza alcuna distinzione tra loro, uniti come i pesci e l’acqua, questa si chiama “eredità della Legge Fondamentale della vita”. In ciò consiste il vero scopo della propagazione di Nichiren. Se è così anche il grande desiderio di un’ampia propagazione potrà realizzarsi. Ma se qualcuno dei discepoli di Nichiren distrugge l’unità di “diversi corpi, stessa mente” sarà come chi distrugge il proprio castello dall.interno…

NICHIREN DAISHONIN – L’EREDITÀ DELLA LEGGE FONDAMENTALE DELLA VITA, RSND, VOL.1, PAG 190.

Fede significa fare in prima persona uno sforzo al cento per cento, nel daimoku come nelle azioni. Quando pratichiamo in questo modo, le divinità buddiste ci offriranno la loro protezione. Non dobbiamo assumere un atteggiamento rilassato nella fede, recitando senza scopi chiari ed esitando negli sforzi, sicuri che automaticamente saremo protetti. Una determinazione profonda e un forte carattere sono di vitale importanza. Chi possiede queste qualità non è secondo a nessuno nella fede. DAISAKU IKEDA.

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